Posts Tagged ‘doping’

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This time I don’t aree with Davide Cassani and its defense of Diego Ulissi after his “Salbutamol” case. I’ve personally seen, with my eyes, uneder-23 racers asking their personal doctor about the maximum dose for this kind of products. “And that, is that doping? How much of this can I take?”, they asked. They were 20 years guys in perfetc phisical shape, with absolutely no need for inhalers.
“Cyclists know that if you take five puffs then you won’t go any faster”, said Davide Cassani defending Ulissi’s position, but this is not true.

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If you have the possibility to breath better than the others, isn’t that doping?

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condividiamo un bel pezzo di Andrea Scanzi pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 24 luglio 2013

Potete dire e scrivere quello che volete, potete “scoprire” post-mortem tutti gli scandali del mondo, ma io sarò sempre vicino a Marco Pantani. Non farò mai parte del folto gruppo di sciacalli che, da un giorno all’altro, lo abbandonarono.
Marco fu ucciso due volte. La prima a Madonna di Campiglio, il 5 giugno 1999, quando gli tolsero un Giro già vinto con un controllo “a sorpresa” pieno di falle. La provetta unica (dovevano essere due e il ciclista doveva sceglierle personalmente), l’anticoagulante che forse non c’era, il nervosismo degli addetti ai lavori, le rivelazioni di Renato Vallanzasca che in carcere venne a sapere giorni prima che “il pelatino non sarebbe arrivato a fine giro”. Anche i giornalisti lo seppero prima. Perché? Dietro a tutto questo c’era un giro di scommesse clandestine? E soprattutto: perché l’ematocrito di Pantani in quella provetta era del 52% (il limite massimo, al tempo, era 51%) ma sia la sera prima in hotel sia poche ore dopo a Imola era ampiamente sotto il 50%? Pantani sapeva che ci sarebbe stato quel controllo, non era scemo. Si era preparato. Oltretutto quel controllo non rivelò sostanze dopanti. Paradossalmente era un controllo per tutelarne la salute, fu fermato (due settimane: il tempo esatto di perdere il Giro) per “salvarlo” e non per punirlo. Non fu una “squalifica”, avrebbe già potuto correre al Tour (ma lo disertò per la depressione). Eppure tutti vendettero la notizia parlando di doping, fu fatto uscire dall’hotel scortato come un mafioso. E d’un tratto molti italiani, che ne avevano amato i trionfi e le rinascite dopo le troppe sfortune e infortuni (l’auto che lo investe, i gatti che lo fanno cadere), lo abbandonarono. Compresi tanti giornalisti, su tutti Candido Cannavò, che scrisse un editoriale violentissimo sulla Gazzetta (un maestro, Cannavò, ma quell’articolo era davvero discutibile).
Da quel giorno Pantani non si rialzò più e tornò nella spirale della cocaina. Era un ragazzo fragile, e tutt’altro che immune da difetti e tentazioni. Fu abbandonato. Raccontò la sua verità in una straziante intervista video a Gianni Minà, poco dopo l’episodio di Madonna di Campiglio. L’ultimo suo acuto fu al Tour de France del 2000, ma anche allora Lance Armstrong (che al tempo faceva il “santo” e come tale veniva trattato dai media, mentre Pantani era il reietto) glielo rovinò, sostenendo di “averlo fatto vincere” sul Mont Ventoux.
Non mi ha mai convinto neanche la morte al Residence Le Rose di Rimini, quasi cinque anni dopo, a 34 anni. Anche lì: troppe incongruenze. La camera era mezza distrutta, c’era sangue sul divano, c’erano resti di cibo cinese (che Pantani odiava: perché avrebbe dovuto ordinarlo?). Marco aveva chiamato due volte la reception parlando di due persone che lo molestavano (aneddoto catalogato come “semplici allucinazioni di un uomo ormai pazzo”). Pantani fu trovato blindato nella sua camera, i mobili che ne bloccavano la porta, riverso a terra, con un paio di jeans, il torso nudo, il Rolex fermo e qualche ferita sospetta (segni strani sul collo, come se fosse stato preso da dietro per immobilizzarlo, e un taglio sopra l’occhio). Vicino al suo corpo c’erano delle palline fatte con la mollica del pane, in cui sono state trovate tracce di cocaina. Nella camera non sono state trovate altre tracce di stupefacenti. Non esiste un verbale delle prime persone che sono entrate all’interno della camera, non è stato isolato il Dna delle troppe persone che entrarono nella stanza. Il cuore di Pantani – uno dei tanti aspetti macabri della vicenda – venne trafugato dopo l’autopsia dal medico, che lo portò a casa senza motivo (“Temevo un furto”) e lo mise nel frigo senza dirlo inizialmente a nessuno. Prima di morire a Rimini, il 14 febbraio 2004, era stato sette giorni in un hotel a Milano, davanti alla stazione, solo e trasfigurato. Poi cinque giorni a Rimini, per nulla lucido, accompagnato da figure equivoche. Avrebbe anche festeggiato con una squadra di beach volley poco prima di morire: chi erano? Perché il cadavere aveva i suoi boxer un po’ fuori dai jeans, come se lo avessero trascinato? Che senso aveva quel messaggio in codice accanto al cadavere (“Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata”)? E potrei andare avanti con le incongruenze, tutte reperibili nei libri Vie et mort de Marco Pantani (Grasset, 2007) e Era mio figlio (Mondadori, 2008).
Certo, Pantani morì per overdose di cocaina, ma troppi particolari lasciano pensare (anche) a una messa in scena. L’autopsia, peraltro, confermò che le tracce di Epo nel suo corpo erano minime, segno evidente di come il ciclista non avesse mai fatto un uso costante di sostanze dopanti.
Sia chiaro: non sto dicendo che Marco Pantani sia stato un santo. Anche lui, come (credo) quasi tutti i ciclisti, si sarà qua e là aiutato con sostanze illecite. Non posso saperlo, non fatico a crederlo. Ma l’accanimento che subì, e l’ipocrisia feroce che lo ammazzò, non le ho mai viste applicate contro nessun altro sportivo. Mai.
Prima Eroe, poi rinnegato.
Marco Pantani è stato ammazzato due volte.
E io me lo ricordo bene.
Potete togliergli il Giro, il Tour. Potete fregarvene delle parole di sua mamma Tonina, dei giornalisti biografi (in particolare Philippe Brunel ed Enzo Vicennati) che da anni provano a sottolineare le tante anomalie nella sua vita e nella sua morte. Fate quello che volete, ma io ero e resto fedele al Pirata. Ha regalato emozioni e azzardi irripetibili. Vederlo era un rituale, era un’appartenenza. Chi non ha visto in diretta i suoi scatti in salita, non sa veramente cosa sia (stato) il ciclismo.
L’ho amato, come pochi altri sportivi. L’ho conosciuto, l’ho difeso, l’ho pianto. Ha sbagliato, come tanti. Ma ha pagato, ferocemente, molto più di quanto meritasse.

A page from Not Normal?, analyzing 21 performances on L’Alpe d’Huez
link to original article
By Matthew Beaudin – Published Jun. 12, 201

“Not Normal.” It’s what Lance Armstrong supposedly said about his rivals who were turning in performances beyond the realm of natural human possibility. Doing things that just weren’t natural.
Now, it’s the name of a new digital publication that takes aim at 21 of the sport’s top riders from different eras, and analyzes performances, in watts generated up climbs at the end of long days within stage races.
Not Normal? An insight into doping and the 21 biggest riders from LeMond to Armstrong to Evans examines riders both old (Bernard Hinault) and new (Chris Froome, Bradley Wiggins), and labels performances across an index of suspicion versus believability.
It’s the result of years of research by its editor, Antoine Vayer, a French journalist and a Festina trainer from 1995 to 1998 who has written for French dailies Le Monde, Libération, and l’Humanité.
In 1999, Vayer created AlternatiV, an independent organization aimed at helping athletes who either chose not to dope, or hoped to quit using PEDs. Last year, he joined the action group Change Cycling Now.
Vayer worked closely on Not Normal? with a team of three French contributors. Frédéric Portoleau, a software engineer, contributed the power calculations in watts for the scientific section, and wrote some of the commentary in Not Normal? Stéphane Huby, who manages cyclisme-dopage.com, a site devoted to doping in cycling, contributed to rider sections of the magazine. Jean-Pierre de Mondenard, a French sports doctor who has been the official doctor for the Tour de France (1973-1975), also contributed to the publication.
The report looks at data, but also contextualizes it with graphics, essays and articles, and collections of quotes about each rider being scrutinized — sometimes from the rider himself.
Findings were generated via calculations — many of the performances took place before the advent of power meters — but according to the report, and a side-by-side analysis of actual power data from Chris Horner (RadioShack-Leopard), the wattage numbers are close.
The authors claim their projected data comes in at about one-percent higher than actual watts generated by Horner on marked climbs, though one measurement differs by as much as 9 percent, up the west Tourmalet ascent, so it’s important to take the metrics with a grain of salt.
Compression wear company Skins — whose chairman, Jaimie Fuller, fronted the cash to launch Change Cycling Now, has voiced his opposition to UCI president Pat McQuaid, and funded a suit contesting McQuaid’s candidacy for a third term as UCI president — funded the publishing endeavor. (It’s available as a $10 paid download here.)
In short, the findings aren’t particularly kind to many of the riders, and generally indicate what most keen observers already suspected: most great rides, according to the publishers, are slightly suspicious at the very least, and can veer into superhuman performance.
“Antoine explained to me how everybody focuses on the doping when considering PED’s (performance enhancing drugs) and very few look to the performance as a marker of doping,” Fuller wrote in the 148-page document. “Along with his team, Antoine has created a fascinating study of 21 riders’ power output on mountain stages over 30 odd years and this magazine is the culmination of their hard work.”
Rider performances on iconic climbs in cycling, mostly used during the Tour de France, are classified into different performance labels: green, which means that the authors view the performance as unremarkable as far as suspicion is concerned; yellow is suspicious; orange is miraculous; and red is labeled as off the charts.
As an example, the chart that’s affixed to Marco Pantani highlights performances in mostly red, meaning his output levels are, in the eyes of the authors at least, “mutant.” The data presented indicates that in 1994 Pantani rode up the Hautacam climb, at 24 years of age, at a “standard” power of 465 watts, or an astonishing 7.05 watts per kilogram.
Not Normal? is kindest to three-time Tour winner Greg LeMond, a member of Change Cycling Now; most of his rides appear in green, and only three appear in yellow, or as “suspicious” — a climb up Avoriaz in 1984 while chasing Hinault, and the rides up Superbangnères and Izoard in the 1989 Tour.
Thomas Voeckler, Hinault and Wiggins fall into Not Normal’s suspicious category; Chris Froome, Andy Schleck and Laurent Jalabert into the miraculous; Alberto Contador, Miguel Indurain, Jan Ullrich, and Lance Armstrong fall into the mutant classification on some performances, or had at times in their careers.
The publication has mountains of data collected by Vayer and his team. What it doesn’t have is concrete proof of wrongdoings. This, Vayer writes, doesn’t matter.
“Forget ‘I never tested positive.’ It needs to be replaced by ‘I was never clocked by a radar doing 430 watts standard in the final col of a long mountain stage.’ It’s utterly more convincing. You’ll understand why, by reading this magazine. It’s just as convincing as the thousand-page U.S. Anti-Doping Agency report revealing the Armstrong scandal and just as convincing as the police and customs investigations which brought to light and brought to justice the ‘Festina’ and ‘Puerto” scandals. The proof of the hoax lies in performance analysis and interpretation.”
In an interview with VeloNews this week, Vayer said Not Normal? was the summary of 15 years of work. “It’s a huge work,” he said. “We must resolve the past. We must talk about the past,” he said.
The publication gave riders a chance to describe their performances. Most riders in the magazine elected not to respond. Voeckler (Europcar) was one who did. He wrote:
“This is not the first time people wonder about my performances and I can conceive it, even if it hurts, because I sometimes doubt myself about those of some riders. However, I am quite surprised that this questioning is built, as often, on uphill cycling timings or power ‘calculations,’ because it seems logical that the actual power developed by a [rider] can not be exactly known unless the bicycle is equipped with a device aimed to measure power,” he wrote, adding that the calculations, in his opinion at least, failed to account for racing factors, such as slipstreams.
“My goal is not to try to convince all the people who are asking questions about me or my integrity. My goal is and always has been to achieve the best possible results according to my ethical beliefs, [which] do not tolerate doping, and if this state of mind has allowed me sometimes to beat cheaters, many times it is the latter which deprive honest [riders] victories, or at least distort the race,” he wrote.
According to the authors, Froome’s performances should elicit more scrutiny than those of Wiggins. Team Sky responded to questions regarding Wiggins and Froome asked by the publication with a statement:
“Both Chris and Bradley have received your email and each has considered their response. They have been asked many times before about their stance on doping and their approach to performance. It’s all already firmly on the record; neither has used banned substances or illegal practices. Team Sky’s approach to conditioning and coaching is also well documented. We know exactly how our riders prepare and perform and the true science behind this. And we have our own accurate data that we can rely on to support this.
“Given the sport’s past, everyone understands why questions are asked and performances constantly debated. It’s understandable but a real shame when good clean rides, that should be admired, are doubted routinely,” the team statement continues. “Quite simply, we’ve had a clear anti-doping stance from the start, are a clean team and our riders have shown that you can win clean.”
Fuller said the numbers were just one more element to consider, and that cycling wasn’t yet rid of its unfortunate past.
“We should never be scared of the truth,” Fuller told VeloNews. “It’s been worrying me for a while now, some of the comments that we’re hearing, ‘and the new guys don’t dope…’ you’d have to be pretty fucking stupid to believe that, after having gone to the ‘Tour of Renewal,’ in 1999, after Festina.”
That said, Fuller thinks the lower numbers, and more “green” in the report, indicate a cleansing sport.
“This is just another marker, albeit a significant one, that should help the people in the game doing what they’re doing,” he said. “The signals are good. I’m really pleased … I’ve said to a couple of people, this is something good for [UCI president] Pat McQuaid.”
For his part, Vayer also believes the sport is cleaner than it was. “Yes, cleaner, I think,” he said. “It is a sport, not only a show … if cycling could be in green, it would be fantastic. It would be the most fabulous sport we’ve ever seen.”
“I will have my own opinion … But it is better… better is not the right word, it is less worse.”

INTERVISTA A GIAMMI MURA
(http://www.famigliacristiana.it/articolo/abbiamo-bisogno-di-sport-a-misura-d-uomo.aspx)

Nell’ultimo libro di Gianni Mura, Tanti amori, scritto per Feltrinelli, con Marco Manzoni, principale responsabile del libro a detta di Mura, c’è una provacazione che sembra fatta apposta per essere lanciata in questo momento di discussione sul Tour.

Gianni, che cos’è l’Epu, perché lo sport ne avrebbe molto bisogno?
«E’ un acronimo che allude provocatoriamente all’Epo, la droga più diffusa. Significa etica, passione umanità. Abbiamo disperatamente bisogno di uno sport (e di un ciclismo) che tornino ad altezza d’uomo, al rispetto delle regole del gioco e degli avversari».

A proposito di avversari, i più si giustificano dicendo che “lo fanno tutti”, una sorta di legittima difesa?

«Non è una giustificazione, lo sport è anche un fatto etico. Se sei un campione rappresenti qualcosa che va oltre, un pubblico più vasto, non voglio parlare dei soliti bambini, ma insomma non puoi, come fanno i professionisti, parlare di doping dicendo che “ti curi”, come se l’Epo fosse uno sciroppino per la tosse…Essere simboli ha un costo, vale per chi corre in bici, come per chi fa politica».

Nel libro c’è una sua lettera a Pantani, post mortem. Che cosa pensa di questa idea di togliergli il Tour 1998?

«Mi pare un’idea grottesca il fatto che si vada ad analizzare con le regole di oggi il mondo di 15 anni fa, così possiamo riscrivere, ammesso che sia giusto a regole cambiate, la storia, ma è una cosa un po’ teatrale e un po’ sterile, come riesumare Tutankamon per capire di che cosa è morto. Non serve certo a cambiare la mentalità di un mondo sporco».

Che cosa serve o meglio che cosa servirebbe?

«Guardare con durezza al qui e ora: squalificare e cacciare nell’immediato senza sconti, mettendo in condizioni di non nuocere oltre. Bisognerebbe non limitarsi agli atleti dopati, su cui si accende il riflettore, bisognerebbe cacciare anche chi li aiuta. E invece il Coni spagnolo non è andato così a fondo con uno come Fuentes».

Nel libro, che contiene anche storia e storie d’altri più poetici temi, adombrate l’idea che il doping sia un problema sociale. E’ così?
«Credo di sì ma non è una giustificazione. Però è un fatto che viviamo in una società farmacodipendente, che al primo starnuto si impasticca. Una professoressa, qualche tempo fa, ha proposto l’antidoping per gli studenti: se uno prende farmaci per aiutare la memoria e prende un voto migliore di un altro all’esame trae un indebito vantaggio. Ovviamente non se n’è fatto nulla. Anche perché non va dimenticato che il doping è un grande affare e che l’antidoping costa».

Più grave il problema etico di chi si dopa o di chi aiuta a doparsi?

«Sono due facce della stessa disonestà, con una differenza chi si dopa, rischia in salute del suo, chi aiuta non rischia niente».

C’è percezione di questo rischio o è tanta anche l’ignoranza?
«Mi ha dato da pensare la notizia di una corsa ciclistica amatoriale di qualche giorno fa, in cui quando s’è sparsa la voce che ci sarebbe stato un controllo si sono dati tutti ai campi, nessuno è arrivato al traguardo. Vuol dire che è diffusissimo anche il doping brado, della domenica, che nessuno controlla perché costa. Né prima per sicurezza, né dopo per onestà. Ma su Internet si compra di tutto»

Anche con la spedizione anonima…

«Sì come le riviste porno un tempo, a che il vicino non sapesse…». 

01 luglio 2013

Riportiamo qui un articolo dal blog di CyclingPro (quello sopra, per nulla buonista, è il titolo del pezzo)
Noi abbiamo idee un pò diverse in merito all’uomo Rebellin, al discorso della cosidetta “seconda chance” (che secondo noi è giusto concedere a tutti, ai criminali più efferati così come ai ciclisti pizzicati all’antidoping come Davide Rebellin), al concetto di “ciclismo sporco ” versus “ciclismo pulito”.
Tante, troppe volte abbiamo sentito parlare di ciclismo pulito e buono –  il Pantani salvatore del Tour dello scandalo doping e poi sacrificato l’anno successivo vi ricorda qualcosa?
E però, come speriamo di avere dimostrato nel film “L’Ultimo Chilometro“, ci piace fornire più di un’opinione, più di una voce.
Sotto, quella di cyclingpro.it

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da Cyclingpro.it
Un giornalista sportivo quando commenta un evento o un risultato dovrebbe essere freddo e razionale. E stare ai fatti. Ha vinto il più forte, ha perso il meno forte. Una realtà che va accettata. Oggi non lo siamo stati. Siamo stati davvero contenti che Ivan Santaromita abbia vinto il tricolore di ciclismo. Perché se lo meritava. Perché in otto anni di carriera da gregario ha vinto solo due volte. Perché è un ragazzo pulito e per bene. E anche perché ha battuto Michele Scarponi e Davide Rebellin. Se avessero vinto loro saremmo stati meno contenti, per un motivo che non ha nulla a che fare con il loro valore atletico: sono due eccellenti, professionali, talentuosi atleti. Saremmo stati meno contenti perché il marchigiano e il veneto rappresentano il vecchio ciclismo per quello che hanno fatto, per le persone di cui si sono circondati, per non avere (è il caso del solo Rebellin) mai voluto ammettere le loro colpe.
Non sappiamo frenare questo sentimento. Che ci rendiamo conto è raro nel ciclismo. Oggi sotto il palco della premiazione di Fondo i fan di Rebellin erano tanti e rumorosi. Così rumorosi da non rispettare nemmeno l’inno nazionale che onorava Santaromita, a dispetto dei numerosi inviti degli addetti al cerimoniale. Molto spesso i tifosi (ma anche gli addetti ai lavoro, ma anche i giornalisti) sono dalla parte del corridore qualunque cosa succeda. Alla notizia della sua nuova, clamorosa positività i tifosi di Di Luca hanno taciuto per una settimana. Adesso già lo difendono online con tesi di vario genere, dal complotto al “così fan tutti, hanno beccato solo il più ingenuo”. Riccardo Riccò ha centina di supporter che vorrebbero vederlo in corsa, Santambrogio conta su molti tifosi teorici del doping come antidoto alla depressione.

Noi oggi siamo felici che abbia vinto Santaromita. Uno con un passato immacolato.

A clip from the cycling film “The Last Kilometer”

original article: http://www.cyclingnews.com/news/pelotons-reactions-to-dopers-a-rebellion-acquarone-says

Giro d’Italia directeur says decision on Vini Fantini for next races pending

The official announcement that Vini Fantini’s Mauro Santambrogio tested positive for EPO today followed weeks of rumors: ever since the former BMC domestique turned into a champion, winning his first Grand Tour stage at age 28 on stage 14 of the Giro d’Italia in Bardonecchia on May 18, the whispers turned to grumbles. Yet the race manager Michele Acquarone sees the peloton’s response to the news as a positive change in the sport.

“Of course I’m not happy, but I’m not even surprised,” Acquarone told Tuttobiciweb.it. “We all knew.”

All during the Giro, riders pointed fingers at Di Luca and Santambrogio, and finally the Di Luca’s EPO positive came public on May 24, almost a month after the sample was collected out of competition. Santabrogio’s positive came from May 4, on the opening stage of the Giro, but was only announced today.

“The nice thing is, the peloton is rebelling,” Acquarone said. “The bunch longer accepts certain things, and will point a finger, denouncing that what they say seems anomalous. First there are the voices, then the analysis to nail the cheaters.”

Acquarone’s statements are backed up by public denunciation of Santambrogio, and the team that hired him, by his fellow professionals on Twitter:

“I hope cycling followers realise that s(t)upidity of the individual can’t be banned. Damaging our credibil(i)ty anno 2013 deserves no 2nd chance.” Stef Clement (Blanco)

“I just don’t get it!!! What are they thinking? What actually goes on in their mind? STOP CHEATING DICKHEADS.” Greg Henderson (Lotto-Belisol)

“The peloton knew Vini Fantini weren’t trustworthy: was the talking point for the first week of the Giro (until misery & survival took over).

“The UCI doping controls are there to catch the dopers when nobody else will stop them. It’s wonderful to see we can trust the system.” David Millar (Garmin-Sharp)

“It’s to be expected some will take the opportunity to cheat with big gains now cycling is much cleaner. Let’s hope we’ll never see them back.” Koen de Kort (Argos-Shimano)

“It’s hoped with the last shot of “flushing” we also released the last of the idiots! There are no words!” Manuel Quinziato (BMC)

Acquarone, ever the optimist, says that cycling is a “beautiful garden, restored with flowers and plants of all kinds that are the envy of the world, and we cannot be influenced by the fact that some masters may allow their little dogs to do their business freely there.”

The race organisers committee, he said, will gather to decide whether or not the Vini Fantini team will be confirmed for the coming races. “The situation is delicate. Very delicate. Two positives in a few weeks is not a few. But the Fantini team also has many guys who deserve trust and the ability to race, like Alessandro Proni, who has a beautiful story. We’ll see. I cannot predict anything. We will meet and discuss it, for the sake of cycling, for our good and for the good of all.”

Vini Fantini manager Luca Scinto, however, was not at all hopeful about the team’s future, saying “Everything’s finished, the whole project is finished”, to Tuttobiciweb.it.

Vini Fantini manager Angelo Citracca vowed to continue the team, however, stating that they have fired Santambrogio, and following any disciplinary action, they may seek damages.

“The event, severe and painful, lays bare another ‘sick’ athlete, and one of a now dead part of cycling, that, as demonstrated by these efficient controls, no longer has any chance of living in modern cycling,” Citracca said.

“The team, despite the injury, will continue its operations even more motivated to protect its young riders…

“Unfortunately, we were wrong to engage Santambrogio, betrayed by nice promises, and a very promising beginning of a career as a ‘gregario’, but we cannot let this undermine a long-running project like ours.”

Chi ha creduto alle favole di Lance Armstrong
di John Foot
da Internazionale, 30 Gennaio 3013

Il giornalismo non ha fatto una bella figura con la storia di Lance Armstrong. Per anni, la grande maggioranza dei giornalisti ha creduto, o ha fatto finta di credere, alla favola di Lance. Il ciclista bravo, che sopravvive al cancro e poi vince il Tour de France per sette volte. Sembrava un miracolo. Ma non lo era.
Pochi osavano dubitare di questa bella favola. Ci sono state due ragioni, in fondo, per questo fallimento totale dell’informazione. Una era la comodità. Lance vendeva giornali, libri, e faceva molta audience. È stato il ciclista più famoso di tutti i tempi. Aveva potentissimi sponsor. Aveva molto potere. Era molto più facile chiudere un occhio, o due. Era molto più facile dire che i francesi erano solo gelosi. Era molto più facile raccontare le imprese del cowboy.
L’altra ragione è stata puramente legale. Lance querelava tutti quelli che scrivevano qualcosa sul suo rapporto con il doping. Minacciava. Emarginava. In Inghilterra ha querelato con successo un giornale potente come il Sunday Times. E quindi, per quelli che volevano una vita facile, era meglio non pensare all’epo, al dottor Ferrari, al testosterone, alle sacche di sangue nel frigo del dottor Fuentes. Era meglio credere alla favola.
Ma per alcuni giornalisti questa strada non era quella giusta. Erano pochi, ma non hanno mollato. Sono stati messi in un angolo. Non potevano fare domande alle conferenze stampa. Ma continuavano a indagare. Come veri giornalisti. E piano piano, la verità è venuta fuori. Qualcuno parlava, ad esempio qualche ciclista coraggioso come Filippo Simeone. E qualche giudice indagava. Alla fine il cerchio intorno al Armstrong si è chiuso. Anche grazie a questi giornalisti francesi, inglesi, irlandesi.
Hanno anche un nome e cognome. David Walsh, Paul Kimmage, Pierre Ballester. Adesso questi reporter rilasciano interviste, e i loro libri vendono tantissimo. Ma poco tempo fa erano visti come dei pazzi che volevano solo distruggere il ciclismo. Invece non era così.
Erano gli unici che potevano salvare uno sport che ha vissuto per troppo tempo nell’ omertà. Il loro lavoro dovrebbe essere letto nelle scuole di giornalismo. Sono gli unici eroi di una squallida storia di inganni, bugie, corruzione, leccaculismo, sponsor, soldi, sangue. Una favola che e diventata un incubo.