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Ormai è diventato un piccolo classico dei film documentari sul ciclismo, trasmesso in TV in Italia e all’estero, ospite del Bike Film Festival di New York e di numerosi altri festival internazionali, dal Filmed by Bike di Berlino al Russian Sport Film Festival di Mosca.
E’ “L’Ultimo Chilometro”, una piccola produzione indipendente, un film documentario uscito tre anni fa. Oggi la casa di produzioneStuffilm lancia un’imperdibile offerta sull’acquisto del DVD di questo film.
Oggi “L’Ultimo Chilometro” è disponibile in formato DVD+Libretto a soli 5 euro (1,5€ spedizione in Italia, 4€ spedizione all’estero).
Gli appassionati di ciclismo possono ordinarlo cliccando QUI o sull’immagine sottostante.

Cosa spinge Davide Rebellin a continuare ad allenarsi ore e ore ogni santo giorni, a ormai 44 anni d’età? Chi è Didi Senft, il tifoso tedesco meglio noto come “El Diablo”,che dai tempi di Chiappucci e Pantani pungola i ciclisti con un forcone da Diavolo? Infine, il giornalista Gianni Mura indaga sul destino del ciclismo di oggi, sempre in bilico tra la bellezza dello spo rt e gli scandali del doping.

SINOSSI
L’Ultimo Chilometro è un film su una passione, un’emozione, uno sport: il ciclismo.
Il documentario racconta la storia e la stagione agonistica di Davide Rebellin “il vecchio”, 41 anni e ancora in gruppo con la sua voglia di vincere, le tante vittorie e gli scandali alle spalle, e di Ignazio Moser “il giovane”, figlio ventenne di Francesco, di cui porta il nome, la passione ma anche la pesante eredità.
Il giornalista Gianni Mura, dal 1967 corrispondente e suiveur al Tour de France, ci aiuta a scoprire che cos’è il ciclismo, cos’era e cosa è diventato, tra epica e passione, tra pathos e doping.
Infine, “El Diablo” Didi Senft, con il suo costume da Diavolo, il forcone e le folli corse dietro ai corridori, che porta nel film la passione e l’entusiasmo del pubblico, di cui è simbolo e metafora vivente. L’Ultimo Chilometro è un ritratto del ciclismo.

La altre produzioni Stuffilm legate al mondo del ciclismo


48 TORNANTI DI NOTTE – In lavorazione


VENTO.. L’ITALIA IN BICICLETTA LUNGO IL FIUME PO

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“I think every year could be my last,” Davide Rebellin says about his cycling career, but the 44-year-old believes he’s getting stronger with age

Italian veteran Davide Rebellin (CCC Sprandi Polkowice) says he may race on past his 45th birthday, claiming he’s getting stronger with age.
The 44-year-old, one of only two riders to win all three Ardennes Classics in the same year, has enjoyed something of a renaissance in recent years, although the records show that he’s never really stopped winning.
Rebellin has recorded a win every year (except 2010, when he was banned) since 1995, with a stage – and almost the overall win – at the Tour of Turkey in 2015, along with the Coppa Ugo Agostoni in the autumn.
A ninth-place finish at the Dubai Tour shows he’s still in fine form in his 45th year and he hopes to record yet more wins this year.

“The team will race where they are invited. At the moment we will go to the Tirreno-Adriatico, [Milan-] San Remo and other Classics. That’s where I want to be strong,” Rebellin toldMARCA.

“Last year we won and I think I can do it again because I feel good, motivated and strong. I want to record new victories.”

Rebellin says he will not attempt to qualify for the Italian team for the Olympic Games in Rio, with Vincenzo Nibali and Fabio Aru likely to lead the team.
“This year I will not go to the Games. They are a very important event for the sport but [the race] is jinxed for me because when Samuel [Sanchez] won gold [in 2008] I was very fast in the sprint,” he added, failing to mention that he was subsequently stripped of his silver medal after failing a drugs test.
But how old is too old for a professional cyclist? Chris Horner has just found a new team at the age of 44, but Rebellin – just two months older than the American – believes he could ride on into 2017.

“I do not know when to hang up the bike,” he said. “Every year I think it could be the last, and we’ll see.”

dal sito Crampi Sportivi

I ciclisti non portano in faccia le età di mezzo. I loro volti si segnano e si sciupano tutti in un momento, in una salita, dopo una vittoria o una sconfitta, durante una cronometro.

Così Gian Luca Favetto attaccava nel 2006 il suo “Contro il tempo”, riflessione appassionata su strade, biciclette e rughe. I ciclisti hanno volti che non dipendono dagli anni, incalzava lo scrittore. Perché al culmine dello sforzo la matricola è indistinguibile dal veterano, il ragazzino identico all’uomo maturo. Tutti trasfigurati, tutti subitamente coetanei. Più che in altri sport, nel ciclismo l’esperienza è un valore assoluto, l’invecchiare un costante migliorarsi, il tempo un concetto relativo. Non è raro che un professionista ottenga i risultati più consistenti della sua carriera dopo i trent’anni.

Poi, in un momento qualsiasi tra i 34 e i 38 anni, anche i ciclisti si arrendono. Sebbene i loro volti continuino a non dipendere dagli anni, le loro gambe appaiono finalmente consumate, i loro animi fatalmente pacificati. Non proprio tutti, però. Davide Rebellincompirà 45 anni il prossimo agosto ed ha appena rinnovato per un’altra stagione il contratto con la CCC Sprandi Polkowice, la squadra polacca in cui corre da tre anni.
Mentre l’altro highlander Jens Voigt, coetaneo di Rebellin, è sceso di bici alla fine del 2014 e oggi dichiara che “il ciclismo non ha più bisogno di un vecchio come me”, Davide è convinto che, tutto sommato, qualcosa da dare al ciclismo lui ce l’abbia ancora. E che, soprattutto, il ciclismo possa ancora dare molto a lui.
Quando gli abbiamo chiesto di rispondere ad alcune nostre domande, Davide ci ha detto subito di sì. “Mi piace il vostro stile, apprezzo molto l’orientamento verso la sensibilità dell’uomo prima ancora che quella dell’atleta”, ci ha scritto, pochi minuti dopo essersi tuffato nel freddo del mar Mediterraneo d’autunno, a due passi dalla sua casa di Montecarlo.

marreb

Ciao, Davide, e grazie per la disponibilità. Innanzitutto, hai notizie di Lex Nederlof? Noi non siamo riusciti a recuperare agenzie fresche sull’olandese, classe ’66, e non sappiamo se nel 2016 continuerà a correre pure lui: dovesse decidere di ritirarsi, tu diventerai ufficialmente il più anziano ciclista con licenza UCI.

Mi spiace, Leonardo, ma non conosco Lex e non so proprio come aiutarvi per avere qualche sua notizia!

Tornando a te, c’è stato un momento preciso in cui hai deciso che avresti continuato a faticare per un altro anno?

A dire il vero, un momento preciso non c’è stato. Avevo espresso a mia moglie in alcuni momenti la possibilità di smettere, ma in realtà non ci ho mai creduto molto (sorride). Ho sempre sentito una “chiamata” nel cuore che mi incitava forte a continuare e a credere nelle mie capacità, aldilà dell’anagrafe.

Qual è stata la reazione di Françoise, tua moglie, alla notizia?

Mia moglie non è stata sorpresa da questa decisione, anzi sarebbe stata sorpresa se avessi smesso. Mi conosce bene, spesso meglio di me, e ha rispettato la mia decisione facendosi coraggio, perché per lei questo è un sacrificio. Ma lo fa molto volentieri.

La prossima sarà la tua 24a stagione da professionista, comincerai la preparazione proprio in questi giorni. Sei conosciuto da sempre per la tua estrema metodicità e per la tua totale dedizione: com’è cambiato, nel tempo, il tuo modo di allenarti?  

La mia preparazione non ha avuto sostanziali cambiamenti, cerco comunque di lavorare bene, in bici e palestra, sulla forza e sull’esplosività, visto che con gli anni si tende a perderle un po’.

Quanto pesa, ad un’età in cui la maggior parte degli sportivi di successo si gode casa e famiglia, ripetere la stessa routine di sempre, fare le stesse rinunce che facevi quando avevi 25 anni in meno?

Se ho deciso di continuare a correre è anche perché non mi pesa fare questa vita. Non è un sacrificio, mi sembra di averla fatta dalla nascita. Fa talmente parte di me che è diventata la mia normalità.

Veniamo al punto: noi vogliamo cercare di capire nel profondo il perché della tua scelta. Ora, io ho provato a fare tre ipotesi, a cercare di capire perché mai un uomo della tua età e con la tua storia possa decidere di andare ancora avanti. Te le elenco una alla volta.

Va bene.

Ipotesi 1: il tuo è il tipico caso di atleta che ha paura di quello che sarà la sua vita dopo la fine della carriera sportiva, e allora tenta di prolungarla il più possibile, correndo l’inevitabile rischio di sembrare quasi patetico, e di offuscare l’immagine vincente che si era costruito in un passato ormai lontano. Questo però non è il tuo caso. Hai dimostrato di essere ancora assolutamente competitivo: nella stagione appena conclusa hai vinto la Coppa Agostoni e  un mare di piazzamenti. Ipotesi 1 scartata, quindi.

Sì, scartata.

Ipotesi 2: sei un esempio di campione che decide di “svernare” all’estero per strappare un ultimo contratto remunerativo e godersi palcoscenici emergenti e ricchissimi. Nemmeno questo è però il tuo caso: corri per una squadra polacca, fatichi come nelle squadre più importanti, non ti ricoprono certo d’oro e per di più non puoi nemmeno partecipare alle corse principali del calendario internazionale. Direi che possiamo scartare anche l’ipotesi 2.

Direi di sì.

Ipotesi 3: corri per dimostrare qualcosa di extra-sportivo, nell’attesa di una redenzione definitiva dopo i fatti di Pechino. Questa opzione poteva avere un senso fino all’aprile scorso, quando sei stato assolto da tutte le accuse di doping: tu stesso l’hai definita “la vittoria più importante della mia carriera”. Ecco, dopo questa enorme soddisfazione personale avresti potuto tranquillamente smettere. E invece no, crolla anche l’ipotesi 3.

Bene, a questo punto tocca a te illustrarci l’ipotesi numero 4, che evidentemente è quella che conosci solo tu, unica risposta possibile al perché della tua scelta.

L’unica ragione per la quale continuo è la pura passione per la bicicletta, che aumenta anziché diminuire, che continua a darmi la forza, che lascia al cuore l’ultima parola. Il punto è che non ho più paura di niente, tantomeno di quello che sarà della mia vita dopo il ciclismo. Inoltre, voglio dimostrare che l’età non è un limite. Certo, è essenziale mantenere la forma fisica, ma tutto dipende dalla mente. I risultati si ottengono grazie alla disciplina, alla volontà, alla fede e all’amore per il proprio lavoro. Dove sta scritto che un atleta di più di 40 anni non può rendere? In più, lo faccio per i tifosi: in tantissimi mi mandano continui messaggi di stima, mi spingono a gareggiare. Provo per tutti loro un grande senso di gratitudine.

 

arareb

Nel documentario L’Ultimo Chilometro, dici di essere cambiato, negli ultimi tempi: “Il vecchio Davide era solo bicicletta”. Adesso parli invece di “prospettiva nuova”, sostieni di amarti di più, e tua moglie Françoise sembra averti dato una spinta fondamentale verso questo cambiamento. Hai raccontato che, prima delle corse, lei non ti dice “Vai e vinci” ma “Vai e sii felice”: cosa rappresenta Françoise per te? Il nuovo Davide, invece, chi è?

Quando ho conosciuto Françoise ero un uomo a metà. Lei mi ha aperto il suo cuore e mi ha spinto a credere di più in me stesso. Pensavo di essere capace solo di pedalare, ma il suo amore mi ha trasformato e mi ha permesso di scoprire l’uomo che sono, e che non conoscevo neanche. Mi ha trasmesso l’importanza di seguire la felicità e concentrarsi sulle cose belle, senza perdere tempo ed energia per il resto. Il nuovo Davide quindi non è più insicuro, ma fiducioso, concentrato sulle cose che ama. È questo che mi spinge.

Ti abbiamo conosciuto come persona estremamente riservata, ma da qualche tempo sei molto attivo sul tuo profilo Facebook. In particolare, spesso pubblichi foto e ricette delle tue colazioni, rigorosamente vegane: leggendo il tuo diario, per esempio, io ho letto per la prima volta dell’esistenza della farina di lupini. È davvero buona come dici?

La farina di lupini è ottima! Ha il 40% di proteine ed è molto gustosa. Comunque, anche l’essere più attivo su Facebook è merito di mia moglie, le ricette fanno parte della sua fantasia. Dosa gli ingredienti un po’ a caso, ma conosce le proprietà di ciascuno di essi: sono mirati a darmi la giusta energia. E ogni ricetta è diversa dall’altra!

Inoltre da quello che scrivi e pubblichi online emerge chiaramente un approccio nuovo ed estremamente sereno verso il tuo mestiere: le foto di te che ti fermi durante gli allenamenti per godere del paesaggio dicono molto di cosa sia per te il ciclismo oggi.

Sì, mi piace molto godere di tutto quello che vedo e incontro per strada, dai tifosi, che spesso mi affiancano, fino alla natura, che mi meraviglia sempre di più. Per esempio, sulle colline intorno a Montecarlo c’è una volpe che ha dell’incredibile: la incontro tutte le volte che pedalo da quelle parti, si fa avvicinare e fotografare. L’ho chiamataFox.

Sei noto come “il chierichetto”, perché da piccolo servivi la messa. Ci vai ancora in chiesa? Che ruolo ha avuto la fede nella tua storia sportiva e personale?

Ti confesso che non ho mai fatto il chierichetto, in realtà! Dicevano questo di me fin da giovane perché frequentavo molto la chiesa, era un luogo dove mi sentivo bene e sentivo il bisogno di andarci. In generale, la fede ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vicenda, non mi ha mai lasciato e ho sempre creduto nella giustizia divina: anche questo mi ha aiutato a non crollare. Da quando ho conosciuto mia moglie, però, sento meno la necessità di andare in chiesa, perché ho trovato la pace nella famiglia e dentro di me.

Sei passato professionista nel 1992, insieme a Marco Pantani; il prossimo anno sarà il ventennale della tua vittoria di tappa (con maglia rosa) al Giro d’Italia; sono passati dodici anni dall’incredibile primavera del 2004, quella della tua tripletta Amstel-Freccia-Liegi: ricordo la prima pagina della Gazzetta, con il titolo a caratteri cubitali: “Trebellin”. Insomma, tu sei uno dei pochi che può, con cognizione di causa, dire di aver vissuto due – forse tre – epoche diverse di ciclismo professionistico, con in mezzo il periodo più nero di tutta la sua storia. Com’è cambiato il tuo sport in questo quarto di secolo?

Rispetto a 20 anni fa sono cambiate alcune cose, soprattutto la tecnologia. Abbiamo mezzi più performanti, bici leggere, ruote scorrevoli e rigide, tanta aerodinamica. Anche il modo di correre è un po’ cambiato: ora dal chilometro zero è subito battaglia, mentre prima si partiva più tranquillamente. Inoltre, con l’introduzione delle radioline si è guadagnato in sicurezza, ma si è perso in fantasia: essendo pilotati dall’ammiraglia, a volte si perde l’istinto di attaccare o di fare la corsa a modo proprio.

Condividi l’impressione che il ciclismo sia oggi uno sport più credibile, di cui potersi fidare, nonostante i terribili tradimenti del passato?

Sì, penso che ora il ciclismo sia uno sport credibile e pulito, è lo sport più controllato che ci sia. E sono convinto che rimarrà sempre molto amato. Me ne accorgo pedalando in allenamento: i gruppi di cicloamatori sono sempre più numerosi.

Nella lettera che hai scritto dopo la notizia della tua assoluzione, insieme a tanto orgoglio c’era anche una punta di amarezza. Dicevi: “Ma ora chi mi ridà quel che mi è stato tolto?”. C’è qualcosa che ritieni di dover ancora ricevere dal mondo del ciclismo?

Dopo la mia sospensione son ripartito da zero. A differenza di altri, ho avuto porte in faccia da tutti, sono ripartito da piccole squadre e non ho più potuto correre le gare a cui tengo di più. Questa è la ferita più grande. Ma sono ancora qui a gareggiare, con il doppio della motivazione e della determinazione: la ferita di ieri è la forza di oggi. Quindi non parlerei di amarezza, in fondo. La considero un’esperienza di vita che mi ha permesso di evolvere e di tirar fuori il meglio di me.

Cosa farà Davide Rebellin quando – un giorno molto lontano – deciderà di scendere dalla bicicletta?

Scendere dalla bici? Mai! (sorride). Per quando deciderò di non gareggiare più, però, ho già qualche bel progetto, sempre legato alla bici. Per esempio, sto organizzando degli stage per ciclisti amatoriali: abbiamo iniziato con uno stage a fine ottobre in Toscana, ed è stato un bel successo. Il prossimo sarà a fine novembre. Sono stage dove porto tutta la mia esperienza, e provo a trasmettere l’importanza di concentrarsi sempre sulla gioia che si prova pedalando, non sulla fatica.

Tuo papà Gedeone ti mise in sella che eri ancora molto piccolo. A 10 anni arrivasti terzo nelle prime tre gare disputate, e lui ricorda la tua disperazione ogni volta che non riuscivi a vincere. Ti arrabbi ancora tanto, fino a piangere, quando vieni battuto?

Mi arrabbio ancora molto quando sbaglio qualcosa nella conduzione della gara, non si finisce mai di imparare nel ciclismo. Ma non mi metto più a piangere (sorride), anzi cerco di trarre insegnamenti dagli errori fatti e aggiungerli al mio bagaglio di esperienza.

Alla fine l’hai fatto un conto preciso dei chilometri che hai percorso in bici nella tua carriera?

Allora, calcola che mediamente da quando sono professionista faccio 35.000 km l’anno, poi devi aggiungerne altri 100.000 tra i dilettanti, senza contare le categorie giovanili. Non so di preciso, ma di sicuro ho pedalato per più di un milione di chilometri.

Cosa ne è stato dei tuoi sogni di bambino appena salito su una bici e subito innamorato perso della competizione?

I miei sogni di bambino, cioè diventare un professionista e vincere grandi gare, beh devo dire che si sono realizzati. Ma questo non vuol dire che sia stato tutto rose e fiori…

Potessi tornare indietro nel tempo, quindi, faresti desistere i tuoi genitori dall’idea di incoraggiare sempre e comunque quella tua passione?

No. È vero, sulla mia strada ho conosciuto fino a che punto le persone possano essere ingrate, e quanto tocchi battagliare per superare gli ostacoli e rimanere in sella. Ma c’è anche il lato positivo, e cioè che le prove della vita ti fanno crescere, ti fanno aprire gli occhi sul mondo, ti fanno concentrare sulle persone vere, sincere, belle. Per fortuna ce ne sono tante.

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Dal prossimo gennaio, quindi, Davide Rebellin sarà di nuovo in gruppo. Non sarà semplice vederlo in tv, perché probabilmente non correrà né il Giro né il Tour; forse qualche classica delle Ardenne, le sue preferite, ma non è detto. Sarà molto meno complicato, invece, trovarlo lungo le strade, dove il suo volto segnato dal tempo proverà ancora a confondersi in mezzo a quelli di colleghi che potrebbero essere suoi figli. Se lo riconoscerete, con la maglia arancione e il profilo à la Tintin, fategli un bell’applauso.

A 42 ans, Davide Rebellin poursuit sa carrière en toute discrétion chez les Polonais de CCC Polsat. L’Italien se présentera à l’Amstel Gold Race avec de sérieuses ambitions.

Davide Rebellin en octobre 2013 au départ de Paris-Bourges (L’Equipe)

Davide Rebellin en octobre 2013 au départ de Paris-Bourges (L'Equipe)

A une époque, il était surnommé ‘’l’enfant de choeur’’. Pour sa foi revendiquée, pour sa discrétion témoignant d’une grande timidité et pour son regard si doux, plein d’humilité. En 2014, Davide Rebellin serait plutôt un moine bénédictin, par son aspect chétif (1,71 m, 63 kg), toujours austère d’apparence et dédié à sa tâche quotidienne sans orgueil, voire un moine bouddhiste avec son maillot orange vif, celui de l’équipe polonaise de Continental Pro CCC Polsat.

Davide Rebellin, un leader toujours discret (L’Equipe)

«Des fois, je me demande s’il est bien dans le bus ou même dans l’équipe» «Il est très silencieux. Il ne parle pas beaucoup. Des fois, je me demande s’il est bien dans le bus ou même dans l’équipe, raconte l’un des directeurs sportifs de l’équipe, Piotr Wadecki. Même s’il ne parle pas beaucoup, c’est un très bon exemple pour les jeunes. Il s’entraîne très dur. Quand tu t’assoies avec lui à table, il est discret, tranquille. Sa vie tourne autour du vélo 24 heures sur 24. Il ne fait pas sentir que c’était une star.» Oui une star, car ce coureur né en 1971 s’est construit un palmarès incroyable une fois passée la trentaine : trois victoires à la Flèche Wallonne (2004, 2007 et 2009) et surtout un triplé exceptionnel dans les classiques ardennaises en 2004.
 
Trois coureurs de la génération 1971 sont encore des protagonistes du peloton : Chris Horner, Jens Voigt et Davide Rebellin. Quand Rebellin est passé pro, en 1992, Lance Armstrong était inconnu en Europe, Miguel Indurain débutait son quinquennat de domination sur le Tour de France et les coureurs français étaient encore capables de gagner le Tour des Flandres et Paris-Roubaix. Vingt-deux ans plus tard, l’Italien ne pense toujours pas à la retraite, à l’image de Chris Horner et Jens Voigt, les deux autres vétérans de la génération 1971. «Je suis encore très motivé. Oui, je me fais encore plaisir, raconte-t-il. C’est un peu étrange car je ne connais presque plus personne dans le peloton. Beaucoup de jeunes coureurs viennent me demander des conseils, ils me disent que je suis leur idole. Même des collègues pro.»
Pourtant, même avec son allure monacale, on ne plus dire qu’on pourrait lui vendre le bon Dieu sans confession. Comme beaucoup de  leaders de son époque, Rebellin a été rattrapé par une affaire de dopage : contrôlé positif à l’EPO-Cera lors des JO 2008, il a été suspendu deux ans entre 2009 et 2011, sans jamais passer aux aveux. «Dans son esprit, il a quelque chose à prouver, estime Wadecki. Il veut dissiper le trouble autour de lui. Il veut montrer qu’il est encore aux affaires. Il peut continuer à gagner des courses. »

Encore un an ou deux ?

Cette année, l’Italien tourne autour de la victoire : 3e du Tour de Murcie, 3e de la première étape de la Ruta del Sol (entre Valverde, Mollema, Porte et Sanchez). Mercredi, il était encore septième de la Flèche Brabançonne, dernière répétition avant l’Amstel Gold Race (ce dimanche). « Pour moi, il peut faire podium, annonce Wadecki. Il pense à la victoire. Il est motivé, il sait qu’il peut montrer sa forme. Il va jouer son va-tout. » Mais ce ne sera pas encore son jubilé. «Les jambes tiennent, le corps tient. Je ne sais pas jusqu’où j’irai», dit-il. D’ailleurs, l’équipe CCC-Polsat a déjà envie de prolonger son contrat d’un an ou deux.

Chez Polsat (L’Equipe)

Anthony THOMAS-COMMIN / L’EQUIPE

from cyclingnews.com

Gazzetta dello Sport laments Italians’ poor results on the cobbles

Italian newspaper Gazzetta dello Sport was happy to celebrate the end of the cobbled Classics season and look forward to the Ardennes races this week after one of the worst spring campaigns for Italian riders for many years.

An Italian rider has not won one of the big five cycling monuments since 2008 and Gazzetta dello Sport has described this spring as the worst for Italian riders since the second world war. Only six Italian riders finished Paris-Roubaix, with Filippo Pozzato (Lampre-Merida) in 50th, 6:44 behind winner Niki Terpstra. Sonny Colbrelli (Bardiani-CSF) has taken the best results by an Italian so far in the Classics, with his sixth place in the sprint at Milan-San Remo.
“At last, we’ve stopped racing on the cobbles and are back on asphalt roads,” Claudio Ghisalberti wrote as the introduction to his story on the start of the Ardennes races.
Gazzetta dello Sport is hoping that the likes of Vincenzo Nibali (Astana), Diego Ulissi and Damiano Cunego (Lampre-Merida) can do much better in the Ardennes races.
Nibali will study the cobbles that features in this year’s Tour de France on Thursday before heading to the Netherlands for Sunday’s Amstel Gold Race.
The first of Ardennes Classics will be a shakedown for the Sicilian after two weeks of intense altitude training on Mount Teide in Tenerife. Nibali finished second in the 2012 edition of Liège-Bastogne-Liège and is hoping to perform well after a spectacular but under par early season.
Lampre-Merida failed to make an impact on the cobbles with Filippo Pozzato but hope that world champion Rui Costa can do well in the Ardennes. The Italian team also has Diego Ulissi and Damiano Cunego in its squad. Ulissi has spent two weeks at altitude on the slopes of Mount Etna in Sicily. He won a stage and was third overall at the Tour Down Under and won the GP Camaiore, but suffered at Tirreno-Adriatico.
“I’m really keen to race again, I’m ready for a challenge. I’ve trained hard, especially for my endurance,” he told Gazzetta dello Sport.
Cunego has shown infrequent moments of form in recent years but the 32 year-old from Verona finished in the top five on three stages at the Vuelta al Pais Vasco. He won the Amstel Gold Race in 2008.
Italy is also hoping Colbrelli and Enrico Battaglin (Bardiani CSF) can impress on Sunday. Colbrelli was sixth at Milan-San Remo as he desperately searches for his first ever professional victory, while Battaglin has the class and skills to handle the twisting roads of the Limburg region.
Peter Sagan will not ride the Amstel Gold Race for Cannondale and Moreno Moser is also absent, preferring the Giro del Trentino on home rods after a knee problem hit his spring campaign.

Davide Rebellin (CCC Polsat) is still flying the flag for Italy despite being 42 but in many way symbolises Italian cycling.
He won the Amstel Gold Race, Fleche-Wallonne and Liège-Bastogne-Liège in 2004 before being caught for doping at the 2008 Beijing Olympics.He refused to show any kind of remorse, served his ban and then returned to race with a minor team, outside of the UCI WorldTour.

El Diablo! (special movie extra from “THE LAST KILOMETER”)
Please enjoy and share this 7′ extra from the film “The Last Kilometer”
(to watch the full 52′ movie visit http://www.thelastkilometer.com – you can stream it or buy the dvd+booklet from 13,9€) )

“El Diablo” is a spin-off from the feature-lenght bike movie “The Last Kilometer”.
The short is focused on the story of Didi Senft, better known as “El Diablo”, symbol and living metaphor of all cycling fans.
Screened at Bicycle Film Festival 2013 (New York, Milan, London, Madrid, Mexico City, Chicago and much more!)

And if you like this, take a look at the feature length film “The Last Kilometer”
Official website: http://www.thelastkilometer.com (or look at the various options to buy it on Reelhouse)

THE LAST KILOMETER
“A cycling movie worth seeing”
(PezCycling News)

Money, business, doping scandals and lack of epic and new champions: are we watching
“The Last Kilometer” for cycling?

L’Ultimo Chilometro is a film totally dedicated to a passion, an emotion, a sport: Cycling.
The movie follows the story and an entire cycling season of “the old” Davide Rebellin, 41 years old and still fighting in the peloton after many victories and scandals, and “the young” Ignazio Moser, promising 20 years old son of cycling champion Francesco Moser.
The famous italian journalist Gianni Mura, Tour de France correspondent since 1967, helps
us to discover what cycling was and what it has become today, after doping scandals, passion, epic, richness and decadence.
Finally, a bit of madness and insane joy is brought into the movie by Didi Senft, better known as “El Diablo”, a living and metaphorical symbol of all cycling fans, with their passion and their enthusiasm.
L’Ultimo Chilometro is a portrait of cycling.

Per acquistare il film (in italiano+libretto omaggio) vai su http://www.thelastkilometer.com

Didi-Doku!

Posted: December 27, 2013 in Uncategorized
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WATCH THE FILM!

Please enjoy and share this 7′ extra from the film “The Last Kilometer”
(to watch the full 52′ movie visit http://www.thelastkilometer.com – you can stream it or buy the dvd+booklet from 13,9€) )”El Diablo” is a spin-off from the feature-lenght bike movie “The Last Kilometer”.
The short is focused on the story of Didi Senft, better known as “El Diablo”, symbol and living metaphor of all cycling fans.
Screened at Bicycle Film Festival 2013 (New York, Milan, London, Madrid, Mexico City, Chicago and much more!)

And if you like this, take a look at the feature length film “The Last Kilometer”
Official website: www.thelastkilometer.com (or look at the various options to buy it on Reelhouse)
Money, business, doping scandals and lack of epic and new champions: are we watching “The Last Kilometer” for cycling?
“A cycling movie worth seeing” (PezCycling News)

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“Ich hab Cav gepiekst!” – Didi Senft, Radsport-Fans besser bekannt als “El Diablo”, ist begeistert. Er hat seinen großen Auftritt nicht nur beim Giro, sondern auch in dem Radsport-Film “The Last Kilometer” des italienischen Dokumentar-Filmers Paolo Casalis, der am “Bicycle Film Festival 2013” in New York, Mexico City, Chicago, London, Milan, Florence und Helsinki mit großem Erfolg lief.

Nun hat Casalis die besten Szenen mit Didi Senft aus seiner Radsport-Doku zu einem siebenminütigen Kurzfilm über den Mann mit dem Dreizack zusammengeschnitten und ins Netz gestellt (siehe Link hier unten). Didi ist in Casalis’ Rad-Film “The Last Kilometer” ein Symbol für alle Radsport-Fans mit ihrer Leidenschaft und Begeisterung.
Haupt-Erzähl-Strang der Doku ist die letzte Radsport-Saison “des Alten” Davide Rebellin, 41 Jahre – und immer noch ein Kämpfer im Hauptfeld, auch nach vielen Siegen und Skandalen. Zweite Hauptfigur ist “der Junge” Ignazio Moser, vielversprechende 20 Jahre, Sohn des Radsport-Heroen Francesco Moser.

Merry Xmas!!

Posted: December 21, 2013 in Uncategorized
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Merry Xmas!!

Shenyang China

Link all’articolo originale: http://www.ciclistaurbano.com/velodromo-olimpico-roma/1920

Lo storico ed eroico ciclismo su pista una volta dedicava dei fantastici impianti sportivi su cui si svolgevano epiche imprese sportive. Ora però come tante cose in Italia stiamo perdendo questi valori e queste strutture, in alcuni casi veri patrimoni architettonici e di tecnica. Per questo proveremo a posteremo alcuni articoli per denunciare alcune situazioni.
Partiamo oggi dallo storico velodromo Olimpico di Roma.
C’ è un impianto storico che fu una meraviglia archichettonica nelle Olimpiadi di Roma 1960, ed era il Velodromo Olimpico di Roma, e bene è chiuso dal 1968. Negli ultimi anni c’è stato qualcuno che lo voleva demolirlo per fare costruire una cittadella dell’ Acqua, dello Sport e del benessere.
Noi dimostramo che Roma oltre a essere capitale d’ Italia e capitale dello Sport e non può dimostrare di distruggere l’ impianto dedicato al Ciclismo.
Ecco la scheda del Velodromo Olimpico di Roma. 
Costruito per le Olimpiadi di Roma, è stato ufficialmente inaugurato il 30 aprile del 1960, e ubicato a nord ovest del comprensorio dell’EUR, il velodromo occupa una superfice di 55.500 mq di proprietà dell’EUR spa.
Il velodromo ha una struttura di cemento armato in corrispondenza della tribuna principale, le altre tribune sono appoggiate su riporti di terra stabilizzata meccanicamente. Le gradinate consentono una perfetta visibilità da ogni ordine di posti, hanno infatti un andamento variabile non solo in senso trasversale ma anche longitudinale. La pista ha uno sviluppo di 400 metri, una larghezza costante di 7,5 metri, oltre la fascia azzurra di 0,75 metri.
L’impianto dispone di una capienza di 17.660 spettatori suddivisa in tre ordinio di posti: in piedi in corrispondenza delle curve; seduti, nella gradinata principale di calcestruzzo armato, coperta parzialmente da una pensilina metallica; seduti nella gradinata dei distinti.
Sulla pista del velodromo si sono svolte le gare ciclistiche delle Olimpiadi del 1960, i Campionati del mondo del 1968 e, nel 1967, vi è stato battuto il record dell’ora.
L’ultima manifestazione svoltasi al velodromo con la partecipazioine di pubblico è stata quella dei mondiali del 1968, in seguito essendosi verificati fenomeni di assestamento delle strutture e delle tribune del pubblico, si è limitato l’uso dell’impianto ai soli allenamenti del ciclismo e dell’ hockey su prato.
UNA VICENDA LUNGA 40 ANNI ma che oggi viene risolta con la demolizione. Dei 19.000 metri quadri occupati dagli edifici demoliti ora c’é un cumulo di macerie fatte brillare da 120 kg di tritolo, ma fino a ieri mattina ci vivevano alcune decine di senzatetto poi sgomberati. Alcuni cittadini del quartiere si sono commossi al boato dell’esplosione del vecchio velodromo olimpico che da quasi 50 anni ha rappresentato un pezzo di storia dell’Eur.
La vecchia pista, distrutta perché in abbandono da decenni, è ora coperta dalle macerie.

Da: CicloWeb

Il Velodromo Olimpico alla sua inaugurazione del 1960:

Come appariva il Velodromo Olimpico prima della demolizione:

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from Cyclingtips
There’s a perception that elite cyclists (and indeed other sportspeople) reach their prime in their mid-to-late 20s after which they experience gradual but steady performance declines.
Most cyclists, it is commonly thought, aren’t up to the rigours of WorldTour cycling by the time they reach 35 and seeing anyone racing at the highest level beyond their 40th birthday is very rare. In fact, as far as we can tell, there are only two riders in the WorldTour this year that are over 40: Chris Horner and Jens Voigt.

The reality is that only minimal physiological declines occur before about 50 years of age, particularly when we’re talking about an athlete’s musculature. Any declines in athletic potential and performance that happen until that point are largely due to a drop in the athlete’s VO2max.
As a quick reminder, VO2max is the maximum capacity of an athlete’s body to transport and use oxygen during exercise, a quantity that’s normally measured in milliliters of oxygen per minute per kilogram of body mass. An average untrained male will have a VO2max of around 45ml/min/kg while the best cyclists on record have roughly double that.
Our VO2max is determined by a couple things:
– cardiac output, which is a function of how much blood your heart can pump per beat, and how many beats per minute your heart is capable of (maximum heartrate), and
– how much oxygen our muscles are able to extract from our blood and then use.
As we get older, our cardiac output drops. Our heart loses some of its strength and our maximum heartrate drops. This is the reason that simple estimations of maximum heartrate can be done (sort-of accurately) by subtracting your age from 220.
As Dr Andrew Betik told CyclingTips, that decline might well start as early as 30 years old but, importantly, “we don’t necessarily see a change of performance” as a result.
So if the physiological decline that happens by, say, 40 years old is only minimal, and if those declines don’t have a noticeable impact on performance, why don’t we see more 40-year-olds competing at the highest level of the sport?

Jens Voigt recently confirmed he'll ride on in 2014 despite turning 42 last week.

Jens Voigt recently confirmed he’ll ride on in 2014 despite turning 42 last week.

There are, of course, many factors at play here. One of the most important might be the impact of high-intensity training on older athletes.
We know anecdotally that recovering from intense exercise becomes harder the older you get but there’s limited evidence to show exactly why that might be the case. Dr Betik offered a couple of suggestions.
“[It could be down to] immune function that’s able to go in and clean up the damage from a previous workout. There is also protein synthesis which definitely goes down with ageing. [This is] the ability to have a damaged protein, clean it up and put out a new protein.”
In order to stay at the highest level of the sport cyclists clearly need to be training hard and training often. If recovery from that training is getting harder and impacting the cyclist’s ability to train, then it’s no wonder that many cyclists say that their body has had enough when they announce their retirement.
But as Dr Betik told us, there’s far more to competing as an elite sportsperson than simple physiology alone.
“What stops a lot of guys from riding until their 40s is not physical, but mental. Fifteen years of riding five hours a day, six days a week, counting every calorie you eat, and being on the road all the time has its toll on people.”
For many riders (and elite athletes generally) it seems that when they reach 35 years old or so, the life of a professional sportsperson starts to lose its appeal. It gets harder to recover from training, they might have a young family they’re looking to spend more time with, or they might be looking to start building a post-cycling career.
All of which makes the efforts of Horner (and Jens Voigt, who has six children to look after) all the more impressive.

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I asked Dr Betik whether he thought Horner’s win at the Vuelta rang alarm bells, given the American was five years older than the next-oldest Grand Tour winner, and eight years older than the next-oldest Vuelta winner.
“I think it’s absolutely realistic that Horner could have won it [clean]”, Dr Betik said. “I would suspect that his physiology and genetics … allow him to train the huge miles and huge
intensities that he was doing when he was 30.”
Dr Betik continued:
“We’re seeing more and more that there’s a genetic influence in everything: our predisposition to diabetes, to cancer, to elite [athletic] performance, even at a young age. So there’s no reason to think that there’s not some genetic component that allows this guy to tolerate the huge [training] volumes.”
It might be that 80 or 90% of professional cyclists start to see declines in performance and in their ability to recover as they reach, say 35 years old. But as with any type of exercise or training stimulus, there will be a percentage of people that decline slower with age than others and that can handle higher intensity efforts further into their career.
“It’s very possible that guys like [Horner], Jens Voigt, Stuart O’Grady etc are just part of the special 5% of people who are still motivated and can handle big training loads at those ages”, Dr Betik said.

So how long could someone like Horner continue to compete at the highest level? Well the American’s most immediate concern is the fact that he doesn’t have a contract for next season, given RadioShack-Leopard is about to become Trek and the team will be built around a focus on the Spring Classics.
But assuming Horner can find a team, he’s already said he’d like to keep racing for another two or three years, if he feels as good as he did at the Vuelta. And if he keeps winning races he’ll make himself pretty hard not to employ.
But to answer the question of “how long could he go on?”, it’s perhaps worth looking to this study published last year. In the study, the author put five-time Tour de France winner Miguel Indurain through his paces to see how ageing had affected his cycling performance in the 14 years since he retired.
While the study had a number of flaws — for a start it tried to make a statement about the effects of ageing in isolation when both ageing and a significantly reduced training load were involved — it showed that Indurain hasn’t lost much in the 14 years since his last race.
The 46-year-old’s maximum heartrate was still 191bpm (around 17bpm higher than you might expect for someone his age) and he was still able to put out an impressive amount of power. To quote the author of the study: “Indurain’s absolute maximal and submaximal oxygen uptake and power output still compare favorably with those exhibited by active professional cyclists.”
Could Indurain still be competitive at an elite level if he had the motivation to do so? Well, he’d probably need to lose the 12kg he’s put on since he retired, he’d need to significantly increase his training, and it’s highly unlikely we’d see him winning the Tour de France again, but there’s no reason to suspect that he couldn’t still be mixing it up in the bunch.
Or, to quote Dr Betik one final time:
“There’s lots of evidence that these guys aren’t necessarily done at 40. It’s just whether they choose to do it or not.”