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di Claudio Gregori – fonte: Tuttobiciweb.it (Image

«Io non sono pio come Bartali», dice Francesco Moser e, aprendo armadi antichi, mostra i piviali e i messali della cappella di Villa Warth, il suo maso. La cappella, con altare barocco in marmo policromo, è del Settecento, ma del maso c’è traccia in un documento del 1339: era il «manso ubi vache manent».Image
C’è il sacro e il profano. L’anima e il corpo. La pisside e, a pochi metri, la bottiglia. Anzi centoventimila bottiglie. C’è il pozzo in pietra, il giardino delle rose, la Loggia che guarda sul Bondone e sulla Paganella. Intorno, vigne favolose. E biciclette.
Inimitabili. Qui è stato inaugurato il museo dei Moser.
Lo hanno chiamato, con arguzia, «Moser in Museo». Come se i campioni fossero cimeli, faraoni nei loro sarcofaghi. Invece i Moser sono vivi. Tutti, tranne Enzo, perito tra le vigne sotto il trattore. Moreno è la rivelazione della stagione tra i professionisti. Gli altri sono qui. E per l’inaugurazione si è disputata la 24ª Francesco Moser, cicloturistica di 73 km, con amatori e vecchie glorie. Francesco in prima fila, a pedalare.
Questa è la più grande famiglia del ciclismo ita­liano. Dal 1951 i Moser imperversano ne­gli ordini d’arrivo. Sono 8 i Moser corridori. I 4 della prima generazione: Aldo, il capostipite, Enzo, Diego e Francesco. E 4 della seconda generazione: Leonardo, Matteo e Moreno, figli di Diego, e Ignazio, figlio di Francesco. Poi c’è Gilberto Simoni, vincitore di due Giri, due volte legato ai Moser: Cecilia, mamma di Francesco, è una Simoni e Anna, sorella di Francesco, è la mamma di Arianna, moglie di Gilberto. Sono tutti di Palù di Giovo, unico paese al mondo che vanti 4 maglie rosa: Aldo, Enzo, Francesco e Simoni. La prima la indossò Aldo il 21 maggio 1958 a Superga e poi la riconquistò 13 anni dopo. Enzo la vestì il 18 maggio 1964. Francesco la conquistò 11 volte e la portò per 57 giorni, più di Bartali, Coppi, Hinault: solo Merckx e Binda leader più a lungo.Image
Pavé. Il Museo racconta la saga della famiglia. Francesco fa la parte del leone. C’è la bici del record dell’ora di Città del Messico 1984, 51,151 km, e la Benotto con cui ha vinto il Mondiale di San Cristobál nel ‘77. C’è la maglia rosa del Giro 1984 e il cubo di pavé del 1980, quando vinse la terza Rou­baix. Ci sono le coppe della Sanremo e del Giro. La prima bici di Aldo, una Torpado. Una gigantografia di Francesco lanciato verso il record con le ruote lenticolari e Enzo, piegato a bordo pista, che lo incita, bello come un “revenant”. Vivo, nella mente e nel cuore. Perfino la cantina sembra una dependance del Museo. Tra bottiglie di Müller Thurgau, Chardonnay, Riesling renano, Gewürtz­tra­miner, Moscato giallo, Lagrein, Schiava, Pi­not Nero, c’è il «51,151 Brut» con etichetta rosa, la punta di qualità della cantina, che celebra il 1984, l’annata eccezionale.Image

Storia. Questa è una famiglia patriarcale. Francesco è il nono dei 12 figli di Cecilia e Ignazio, contadini. I Moser sono cresciuti tra i porfidi, tra campi verticali. Parlano il linguaggio del sole. Sfidano la pioggia e il vento. Uniti. Hanno scelto la strada come campo di giochi. «Quando gareggiavamo, mamma Cecilia era sempre nella chiesa di San Valentino. Ha consumato i banchi», ri­corda Francesco.
Il Museo non è un monumento alla “grandeur”. È una bella storia di famiglia. Invece di parole, oggetti. «Lo abbiamo fatto per gli sportivi, per la gente che passa. Chi viene a prendere il vino da noi, ci fa mille domande. Qui ci sono risposte», spiega Francesco. Gli oggetti, però, hanno un’anima, parlano. «La maglia rosa è per me il ricordo più caro. Ho inseguito la vittoria al Giro per 11 anni pri­ma di coglierla».
Le biciclette, come insetti eleganti, sono allineate su una pista di legno d’abete lunga 16 metri. Le bacheche contengono maglie e medaglie. Le coppe scintillano nelle vetrine. «Sarà una questione genetica. Forse una tradizione culturale. Ma ci troviamo bene in sella», dice Fran­cesco. «La bicicletta è stata il nostro ca­vallo dei sogni, ma an­che della realtà».

da La Gazzetta dello Sport

condividiamo un bel pezzo di Andrea Scanzi pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 24 luglio 2013

Potete dire e scrivere quello che volete, potete “scoprire” post-mortem tutti gli scandali del mondo, ma io sarò sempre vicino a Marco Pantani. Non farò mai parte del folto gruppo di sciacalli che, da un giorno all’altro, lo abbandonarono.
Marco fu ucciso due volte. La prima a Madonna di Campiglio, il 5 giugno 1999, quando gli tolsero un Giro già vinto con un controllo “a sorpresa” pieno di falle. La provetta unica (dovevano essere due e il ciclista doveva sceglierle personalmente), l’anticoagulante che forse non c’era, il nervosismo degli addetti ai lavori, le rivelazioni di Renato Vallanzasca che in carcere venne a sapere giorni prima che “il pelatino non sarebbe arrivato a fine giro”. Anche i giornalisti lo seppero prima. Perché? Dietro a tutto questo c’era un giro di scommesse clandestine? E soprattutto: perché l’ematocrito di Pantani in quella provetta era del 52% (il limite massimo, al tempo, era 51%) ma sia la sera prima in hotel sia poche ore dopo a Imola era ampiamente sotto il 50%? Pantani sapeva che ci sarebbe stato quel controllo, non era scemo. Si era preparato. Oltretutto quel controllo non rivelò sostanze dopanti. Paradossalmente era un controllo per tutelarne la salute, fu fermato (due settimane: il tempo esatto di perdere il Giro) per “salvarlo” e non per punirlo. Non fu una “squalifica”, avrebbe già potuto correre al Tour (ma lo disertò per la depressione). Eppure tutti vendettero la notizia parlando di doping, fu fatto uscire dall’hotel scortato come un mafioso. E d’un tratto molti italiani, che ne avevano amato i trionfi e le rinascite dopo le troppe sfortune e infortuni (l’auto che lo investe, i gatti che lo fanno cadere), lo abbandonarono. Compresi tanti giornalisti, su tutti Candido Cannavò, che scrisse un editoriale violentissimo sulla Gazzetta (un maestro, Cannavò, ma quell’articolo era davvero discutibile).
Da quel giorno Pantani non si rialzò più e tornò nella spirale della cocaina. Era un ragazzo fragile, e tutt’altro che immune da difetti e tentazioni. Fu abbandonato. Raccontò la sua verità in una straziante intervista video a Gianni Minà, poco dopo l’episodio di Madonna di Campiglio. L’ultimo suo acuto fu al Tour de France del 2000, ma anche allora Lance Armstrong (che al tempo faceva il “santo” e come tale veniva trattato dai media, mentre Pantani era il reietto) glielo rovinò, sostenendo di “averlo fatto vincere” sul Mont Ventoux.
Non mi ha mai convinto neanche la morte al Residence Le Rose di Rimini, quasi cinque anni dopo, a 34 anni. Anche lì: troppe incongruenze. La camera era mezza distrutta, c’era sangue sul divano, c’erano resti di cibo cinese (che Pantani odiava: perché avrebbe dovuto ordinarlo?). Marco aveva chiamato due volte la reception parlando di due persone che lo molestavano (aneddoto catalogato come “semplici allucinazioni di un uomo ormai pazzo”). Pantani fu trovato blindato nella sua camera, i mobili che ne bloccavano la porta, riverso a terra, con un paio di jeans, il torso nudo, il Rolex fermo e qualche ferita sospetta (segni strani sul collo, come se fosse stato preso da dietro per immobilizzarlo, e un taglio sopra l’occhio). Vicino al suo corpo c’erano delle palline fatte con la mollica del pane, in cui sono state trovate tracce di cocaina. Nella camera non sono state trovate altre tracce di stupefacenti. Non esiste un verbale delle prime persone che sono entrate all’interno della camera, non è stato isolato il Dna delle troppe persone che entrarono nella stanza. Il cuore di Pantani – uno dei tanti aspetti macabri della vicenda – venne trafugato dopo l’autopsia dal medico, che lo portò a casa senza motivo (“Temevo un furto”) e lo mise nel frigo senza dirlo inizialmente a nessuno. Prima di morire a Rimini, il 14 febbraio 2004, era stato sette giorni in un hotel a Milano, davanti alla stazione, solo e trasfigurato. Poi cinque giorni a Rimini, per nulla lucido, accompagnato da figure equivoche. Avrebbe anche festeggiato con una squadra di beach volley poco prima di morire: chi erano? Perché il cadavere aveva i suoi boxer un po’ fuori dai jeans, come se lo avessero trascinato? Che senso aveva quel messaggio in codice accanto al cadavere (“Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata”)? E potrei andare avanti con le incongruenze, tutte reperibili nei libri Vie et mort de Marco Pantani (Grasset, 2007) e Era mio figlio (Mondadori, 2008).
Certo, Pantani morì per overdose di cocaina, ma troppi particolari lasciano pensare (anche) a una messa in scena. L’autopsia, peraltro, confermò che le tracce di Epo nel suo corpo erano minime, segno evidente di come il ciclista non avesse mai fatto un uso costante di sostanze dopanti.
Sia chiaro: non sto dicendo che Marco Pantani sia stato un santo. Anche lui, come (credo) quasi tutti i ciclisti, si sarà qua e là aiutato con sostanze illecite. Non posso saperlo, non fatico a crederlo. Ma l’accanimento che subì, e l’ipocrisia feroce che lo ammazzò, non le ho mai viste applicate contro nessun altro sportivo. Mai.
Prima Eroe, poi rinnegato.
Marco Pantani è stato ammazzato due volte.
E io me lo ricordo bene.
Potete togliergli il Giro, il Tour. Potete fregarvene delle parole di sua mamma Tonina, dei giornalisti biografi (in particolare Philippe Brunel ed Enzo Vicennati) che da anni provano a sottolineare le tante anomalie nella sua vita e nella sua morte. Fate quello che volete, ma io ero e resto fedele al Pirata. Ha regalato emozioni e azzardi irripetibili. Vederlo era un rituale, era un’appartenenza. Chi non ha visto in diretta i suoi scatti in salita, non sa veramente cosa sia (stato) il ciclismo.
L’ho amato, come pochi altri sportivi. L’ho conosciuto, l’ho difeso, l’ho pianto. Ha sbagliato, come tanti. Ma ha pagato, ferocemente, molto più di quanto meritasse.

Froome disqualified from Giro d’Italia

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By Gregor Brown in Aprica – original article (yeah, it’s a joke, it was Giro 2010)

Team Sky’s Chris Froome ended his Giro d’Italia today after the Union Cycliste Internationale (UCI) communicated it disqualified him for holding onto motorbike during the 19th stage to Aprica.
“One of our commissaires saw him holding on to a motorbike on the Mortirolo climb,” Jury president, Vincente Tortajada, told Cycling Weekly.
Froome held on to a police motorbike, according to another UCI source. The UCI issued the communiqué after the stage, referring to article 12.1.040.18, which also said that it fined him 200 Swiss Francs (£120, €140).
Riders regularly take long pulls from their sports directors when grabbing a water bottle out of the team car. The UCI jury typically ignores this sort of assistance and only focuses on the more serious violations.
“I was already off the back on the first climb and then I decided to quit,” Froome told Cycling Weekly. “I was trying to get to the top.”
“I was so close to the end of the Giro d’Italia, but I am still happy with my work.”
He had been suffering from knee problems and complained of this today.
“I have a little issue with my right knee,” he said earlier in the Giro, “there is something pulling on one of the tendons.”
Sky’s sports director, Sean Yates, confirmed that Froome had been suffering from knee problems. He said that he had done a large amount of work in yesterday’s stage to Brescia for Greg Henderson.
“He was trying to get up to the soigneur at the top of the Mortirolo. He knew the Giro was over for him,” Yates told Cycling Weekly.
“Though, we would never encourage our riders to hold onto a motorbike.”
Froome helped Henderson by pulling in the first part of the stage yesterday to Brescia.
He finished the day 104th in the overall classification.

leggi l’articolo originale su Eatsport

di Vincenzo Piccirillo

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Mentre Chris Froome demoliva tutti sul Ventoux e scatenava l’ira e l’invidia del mondo ciclistico per la sua superiorità, Davide Rebellin (CCC) ha continuato ad allungare il suo interminabile ed incredibile palmares. Come gli capita ormai dal 2011 salvo le eccezioni della Tre Valli Varesine e del Trofeo Melinda, si tratta di corse sconosciute ai più ma che dimostrano ancora una volta la voglia, la professionalità e la serietà di un atleta che in poco tempo è passato dai duelli con Cancellara, Valverde e Bettini a cercare gloria in corse senza tradizione e in paesi del terzo mondo ciclistico.

La firma con la CCC, vista la licenza Professional della squadra polacca faceva presagire ad un ritorno del tre volte vincitore della Freccia su palcoscenici più importanti, e così è stato nella prima parte di stagione con Giro del Mediterraneo, Vuelta a Murcia e Coppi e Bartali, invece ancora una volta quando la stagione è entrata nel vivo, Rebellin è stato costretto salvo rare eccezioni come il Giro del Trentino, lo Ster Zlm Toer dove nell’unica tappa adatta alle sue caratteristiche è stato battuto solo da Boom e il campionato italiano dove è salito sul podio ma aveva nelle gambe la possibilità di vincere, a restare a  guardare e a misurarsi in competizioni minori in Polonia, Estonia e Romania dove ad un corridore col suo passato potessero mancare le motivazioni ha sempre corso per vincere, anche a dispetto di tante disavventure tecniche e organizzative a cui non era certo abituato e che più di una volta gli hanno impedito di fare bottino pieno.

In Polonia, alla Szlakiem Grodow Piastowskich ha fatto sue due tappe davanti al compagno di squadra Marek Rutkiewicz e al ceco Alois Kankovski ed ha chiuso secondo in classifica generale a soli 12” da Jan Barta (NetApp) che ha approfittato di una crono per avere la meglio, in Romania invece ha imposto la sua legge, quella del più forte, al Sibiu Cycling Tour breve corsa a tappe con 5 frazioni in 4 giorni. Dopo aver limitato i danni, nel prologo iniziale di 2400, dove ha chiuso 11° e concesso 6” al vincitore Maros Kovácn (Dukla Trencin) che ha preceduto l’Androni Omar Bertazzo, ha sbaragliato la concorrenza nella tappa regina della corsa, quella con arrivo ai 2040 metri  di Balea Lac, dove al termine di un’interminabile ascesa di oltre 30 km ha staccato negli ultimi metri il norvegese Frederik Wilmann (Christina Watches), che al traguardo ha pagato un distacco di 4”, mentre il terzo classificato, il croato Matija Kvasina (Team Gourmetfein) ha pagato 24”, oltre alla vittoria di tappa per Rebellin è arrivata anche la maglia gialla di leader della classifica, maglia che non ha più svestito fino alla fine della corsa. Davide ha iniziato ad incrementare il proprio vantaggio in classifica già nella seconda tappa che prevedeva un nuovo arrivo in salita a Paltinis, dove dopo aver controllato gli avversari più pericolosi per la classifica si è fatto sorprendere dall’austriaco Markus Eibegger (Team Gourmetfein) che ha approfittato del poco marcamento ed è andato a vincere con 7” su Rebellin e 8” su Antonino Parrinello (Androni).

L’ultima giornata prevedeva due semitappe, una crono di 11.4 km al mattino ed una tappa in linea per velocisti al pomeriggio sempre a Sibiu. L’ostacolo da superare era ovviamente la crono dove si è imposto il tedesco Stefan Schumacher (Christina Watches), ma Davide si è difeso bene chiudendo nono e cedendo 30” al suo ex compagno di squadra ma facendo meglio dei rivali per la classifica generale. L’ultima frazione dove Davide ha sempre controllato senza affanni ha visto un nuovo successo italiano con Mattia Gavazzi (Androni) che ha battuto tutti precedendo Omar Bertazzo. Alla fine Rebellin si è imposto con 58” su Matija Kvasina e 1’21” su Tino Zaballa (Christina Watches).

Non sarà certo come vincere il Tour che si corre in questi giorni o come una Tirreno o una Parigi – Nizza, le corse a tappe più prestigiose nel palmares di Rebellin ma mettere la propria ruota davanti a tutti è sempre qualcosa d’incredibile per un corridore che a quasi 42 anni sogna come un ragazzino alle prime armi di poter competere nuovamente nelle grandi classiche. Età, passato e squadra non sono dalla sua ma per una persona che ha avuto la forza di riprendersi e di superare tutto quanto gli è capitato passando nel giro di pochi giorni da essere un esempio da seguire al peggior male dello sport italiano, forse un po’ esagerato definirlo così, ma lo shock per la sua positività a Pechino è stato un qualcosa che usciva dal mondo del ciclismo  e avendo a che fare con uno sport solitamente associato al doping, fu facilissimo per tutti dargli le colpe di tutti i mali dello sport italiano, quando invece al CONI non è che fossero dei santi e la storia e lì a parlare, ultimo il caso Schwazer. Per uno che pur di non lasciare in quel modo lo sport a cui ha dedicato la sua vita ed è ripartito dal basso per ricostruirsi una credibilità, nulla sembra impossibile e poi a ben vedere visti i risultati dei nostri corridori nelle classiche non è che in giro ci sia molto di meglio di Davide Rebellin.

original article: http://www.cyclingnews.com/news/pelotons-reactions-to-dopers-a-rebellion-acquarone-says

Giro d’Italia directeur says decision on Vini Fantini for next races pending

The official announcement that Vini Fantini’s Mauro Santambrogio tested positive for EPO today followed weeks of rumors: ever since the former BMC domestique turned into a champion, winning his first Grand Tour stage at age 28 on stage 14 of the Giro d’Italia in Bardonecchia on May 18, the whispers turned to grumbles. Yet the race manager Michele Acquarone sees the peloton’s response to the news as a positive change in the sport.

“Of course I’m not happy, but I’m not even surprised,” Acquarone told Tuttobiciweb.it. “We all knew.”

All during the Giro, riders pointed fingers at Di Luca and Santambrogio, and finally the Di Luca’s EPO positive came public on May 24, almost a month after the sample was collected out of competition. Santabrogio’s positive came from May 4, on the opening stage of the Giro, but was only announced today.

“The nice thing is, the peloton is rebelling,” Acquarone said. “The bunch longer accepts certain things, and will point a finger, denouncing that what they say seems anomalous. First there are the voices, then the analysis to nail the cheaters.”

Acquarone’s statements are backed up by public denunciation of Santambrogio, and the team that hired him, by his fellow professionals on Twitter:

“I hope cycling followers realise that s(t)upidity of the individual can’t be banned. Damaging our credibil(i)ty anno 2013 deserves no 2nd chance.” Stef Clement (Blanco)

“I just don’t get it!!! What are they thinking? What actually goes on in their mind? STOP CHEATING DICKHEADS.” Greg Henderson (Lotto-Belisol)

“The peloton knew Vini Fantini weren’t trustworthy: was the talking point for the first week of the Giro (until misery & survival took over).

“The UCI doping controls are there to catch the dopers when nobody else will stop them. It’s wonderful to see we can trust the system.” David Millar (Garmin-Sharp)

“It’s to be expected some will take the opportunity to cheat with big gains now cycling is much cleaner. Let’s hope we’ll never see them back.” Koen de Kort (Argos-Shimano)

“It’s hoped with the last shot of “flushing” we also released the last of the idiots! There are no words!” Manuel Quinziato (BMC)

Acquarone, ever the optimist, says that cycling is a “beautiful garden, restored with flowers and plants of all kinds that are the envy of the world, and we cannot be influenced by the fact that some masters may allow their little dogs to do their business freely there.”

The race organisers committee, he said, will gather to decide whether or not the Vini Fantini team will be confirmed for the coming races. “The situation is delicate. Very delicate. Two positives in a few weeks is not a few. But the Fantini team also has many guys who deserve trust and the ability to race, like Alessandro Proni, who has a beautiful story. We’ll see. I cannot predict anything. We will meet and discuss it, for the sake of cycling, for our good and for the good of all.”

Vini Fantini manager Luca Scinto, however, was not at all hopeful about the team’s future, saying “Everything’s finished, the whole project is finished”, to Tuttobiciweb.it.

Vini Fantini manager Angelo Citracca vowed to continue the team, however, stating that they have fired Santambrogio, and following any disciplinary action, they may seek damages.

“The event, severe and painful, lays bare another ‘sick’ athlete, and one of a now dead part of cycling, that, as demonstrated by these efficient controls, no longer has any chance of living in modern cycling,” Citracca said.

“The team, despite the injury, will continue its operations even more motivated to protect its young riders…

“Unfortunately, we were wrong to engage Santambrogio, betrayed by nice promises, and a very promising beginning of a career as a ‘gregario’, but we cannot let this undermine a long-running project like ours.”

ImageIl Giro d’Italia è alle porte, e anche noi del film L’ Ultimo Chilometro (www.thelastkilometer.com) ci prepariamo per il nostro “Giro” personale.
Si parte dal Piemonte, con 4 tappe di media difficoltà.
E per non farci mancare nulla, così come il giro espatria sul Galibier, noi facciamo un’uscita serale a Milano!

– Mercoledì 8 Maggio a Carmagnola (TO): PROLOGO
– Venerdì 10 Maggio – MILANO
– Sabato 11 Maggio a Massello (TO): 1a Tappa
– Lunedì 13 Maggi, Sede CAI di Cuneo: 3a Tappa
– Mercoledì 22 Maggio, Savigliano (CN)

I dettagli:

PROLOGO
Mercoledì 8 Maggio h 21.00 – Cinema Helios
Carmagnola (TO)
per info http://www.circolomargot.com/
INGRESSO CON TESSERA oppure 3 € per chi arriva in bici (ma non venite con la cannondale da 6mila euro, eh!)

1a Tappa
Venerdì 10 Maggio – MILANO
Upcycle Cafe, ore 21:00
Via A. M. Ampère 59, Milano

2a Tappa
Sabato 11 Maggio, Massello (TO) – Località Molino – h 21
per info https://www.facebook.com/events/285502818250865/
INGRESSO LIBERO

3a Tappa
Lunedì 13 Maggio ore 20:00, sede CAI, via Porta Mondovì 5, Cuneo
per info http://www.piueventi.it/articolo/lrsquoultimo-chilometro/
INGRESSO LIBERO

4a Tappa
Mercoledì 22 Maggio
Culture Lontane Tour Operator (a casa dell’amico Adriano)
h 21, Via Mazzini, 66 – 12038 Savigliano CN
tel 0172 726573
INGRESSO LIBERO

Seguirà premiazione sui campi elisi 🙂

A poco più di un mese dal passaggio del Giro d’Italia, si liberano le strade da metri e metri di neve (con i mezzi e con eplosioni di cariche di dinamite). Oggi eravamo lì, a documentare tutto con foto e video per conto di http://www.giro2013galibier.fr e Still First e del Comune di Valloire (Francia)
Immagini Stuffilm Creativeye Produzioni Video
BRA (CN)
http://www.stuffilm.com

Today we were at the Col du Galibier, where everything is ready (or going to be ready) for the Giro d’Italia 2013.

A poco più di un mese dal passaggio del Giro d’Italia, si liberano le strade da metri e metri di neve (con i mezzi e con eplosioni di cariche di dinamite). Oggi eravamo lì, a documentare tutto con foto e video per conto di www.giro2013galibier.fr. Se durante la tappa la Rai manderà in onda immagini di quando sul colle c’erano metri di neve e nessuno scommetteva un penny sul passaggio dei corridori, sappiate che le ha realizzate Stuffilm Creativeye – www.stuffilm.com

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Giro 1984 Cadutissima

Posted: February 18, 2013 in Uncategorized
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Giro 1984 Cadutissima

Giro 1984 Cadutissima – In cima al groviglio di uomini si vede Marco Vitali – Nella foto c’è anche Francesco Moser (trovalo!)