Archive for April, 2013

Heroic

Posted: April 23, 2013 in Uncategorized

Heroic

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A poco più di un mese dal passaggio del Giro d’Italia, si liberano le strade da metri e metri di neve (con i mezzi e con eplosioni di cariche di dinamite). Oggi eravamo lì, a documentare tutto con foto e video per conto di http://www.giro2013galibier.fr e Still First e del Comune di Valloire (Francia)
Immagini Stuffilm Creativeye Produzioni Video
BRA (CN)
http://www.stuffilm.com

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2€ discount on “The Last Kilometer” dvd!
Discount applies to orders from outside Italy

Today we were at the Col du Galibier, where everything is ready (or going to be ready) for the Giro d’Italia 2013.

A poco più di un mese dal passaggio del Giro d’Italia, si liberano le strade da metri e metri di neve (con i mezzi e con eplosioni di cariche di dinamite). Oggi eravamo lì, a documentare tutto con foto e video per conto di www.giro2013galibier.fr. Se durante la tappa la Rai manderà in onda immagini di quando sul colle c’erano metri di neve e nessuno scommetteva un penny sul passaggio dei corridori, sappiate che le ha realizzate Stuffilm Creativeye – www.stuffilm.com

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Watch the film on http://www.stuffilm.com/thelastkilometer (from 4,99 €)

3 times Paris-Roubaix winner Francesco Moser gives some advices to face the cobbles at the Hell of the North.
3 minutes Excerpt from the cycling film “The Last Kilometer” – http://www.thelastkilometer.com

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On April 2nd, The Last Kilometer has been screened at Moscow International Festival of Sport, with “the warmest reception of the audience”.
What a diligent public! Thanx to the festival
To be honest: this photo was taken during the Festival, but we don’t know if it’s related to our film… However, we like to imagine a public like that!

Il 2 di aprile L’Ultimo Chilometro è stato presentato in concorso al Moscow International Festival of Sport, Mosca.ps: la foto è stata scattata durante il Festival di Mosca…chissà se proprio durante la proiezione del nostro film. A noi piace pensare così!

A seguire, in omaggio all’imminente Parigi-Roubaix, uno dei brevi racconti che trovate nel libretto allegato al dvd del film “L’Ultimo Chilometro”.

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– “Dovete arrivare fino a Troyes, dove ci sarà il primo settore di pavè. E lì bisogna andare a tutta, lì è come essere in pista, non si frena mai! Ok?”
Il direttore sportivo era stato di parola, ma d’altronde l’aveva già fatta anche lui, quella corsa,
raccogliendo un dignitoso decimo posto a cinque minuti di distacco dal primo.
Olandesi a sinistra, belgi a destra, e poi sconosciuti e agguerriti corridori della Bretagna e della
Normandia, e danesi, e tedeschi… è tutto uno sferragliare di catene, uno sgommare di tubolari,
una babele di lingue che imprecano, smoccolano, chiedono strada.
Ma dove vuoi andare, che siamo appena partiti e non vedremo l’arrivo prima del tardo pomeriggio?
Roubaix, un nome mitico nella storia del ciclismo, stai pure certo che se vinci qui ti porti a casa
un bel pezzo di storia, insieme a quel blocco di pavè da appoggiare in bella vista sul camino.
Su e poi giù, poi su e poi ancora giù, la bici di Moser affronta le dolci colline che conducono la
gara verso i primi tratti di pavè mentre lui pensa che da lì in poi ci sarà solo pianura, una infinita pianura fino al velodromo.
E però accidenti che caldo, 27° nel nord della Francia sarà mica normale, no?
“Dio bono che caldo!”
“Ostia, e poi dicono il freddo del nord!”
Gli italiani, o meglio il gruppetto di veneti e il trentino Moser, stanno a metà gruppo, mentre davanti qualcuno prova con insistenza a portare via la fuga. Delle tre, l’una: un ordine di squadra, un momento di scarsa lucidità mentale causato dal caldo, la totale ignoranza del percorso.
Altrimenti, sapendo cosa li aspetta, quello spreco di energie risulterebbe davvero inspiegabile.
Campi di patate e di asperges (ma saranno poi i nostri asparagi? si domanda Moser di fronte alla vastità di quei campi senza fine), qualche mucca qua e là, strani paesini fatti di un’unica strada su cui si affacciano tutte le case, e la gente davanti alla porta ad applaudire.
Ma d’altronde non è che qui ci debbano essere tantissimi svaghi, pensa Moser quando un’ inchiodata generale lo richiama all’attenzione e ne riporta l’ orizzonte visivo ai 50 cm davanti alla propria ruota anteriore. Finalmente la fuga ha preso consistenza e in testa al gruppo si sono dati una calmata, con buona pace degli olandesi in maglia arancione e del lungo carrozzone di ammiraglie, mezzi della giuria, del cambio ruote, dei fotografi e cineoperatori, un serpentone diretto verso nord in disordinata fila indiana.

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Due chilometri a Troyes.
Qui inizia il pavè, aveva detto il direttore sportivo ai ragazzi. Ma d’altronde non ci voleva un genio per capirlo, sembra che dalle ammiraglie sia arrivato, all’unisono, l’ordine di portarsi avanti. Urla, scatti, frenate, l’alveare-gruppo è completamente impazzito.
Entrare nel pavè è come tuffarsi dal trampolino più alto dopo aver preso la rincorsa.
D’un tratto passi dai 50 chilometri orari sull’asfalto ai 50 chilometri orari sul pavè, e non hai neanche il tempo di chiederti come affrontarlo.
Tutti quei discorsi sulla pressione delle gomme, su come impugnare il manubrio, sul mettere o non mettere i guantini, da che lato stare, se passare al centro o sull’erba, se in prima o in terza quarta posizione… e poi in un attimo ti ci ritrovi in mezzo, lanciato come un treno, e puoi solo tenere la testa bassa e stantuffare sui pedali.
E la polvere! Una nuvola densa di polvere bianca, finissima, quasi non la senti arrivare ma poi te la ritrovi sulle labbra, in bocca, agli angoli degli occhi.
Moser è nelle prime venti posizioni del gruppo, avvolto da quella polvere che respira, che mangia, e da cui ogni tanto spuntano degli elementi colorati. Una borraccia rossa al centro della strada, un’altra verde a destra, al di là del fosso un corridore che agita in alto nell’aria non una ma due ruote forate, più avanti un altro appena risalito in sella, con il sangue che cola dal ginocchio e dal gomito.
L’inferno del Nord. Spesso le cronache ciclistiche vivono di esagerazioni e forzature, in cui la piccola montagnola appenninica diventa muro insuperabile, e il corridore con qualche velleità da scalatore viene subito denominato aquila, rapace, stambecco.
Ma qui la definizione ci sta tutta. Fallo con la pioggia e ti ricoprirai di fango, fallo con il sole e annasperai nella polvere e nel vento contrario.
Andare a tutta sul pavè ti sfianca, la bicicletta si dimena e sobbalza come un toro meccanico e questo schakerare impazzito ti massacra i muscoli.

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Tre settori di pavè, tre soli settori, poco più di sei chilometri in totale, e il gruppo già si è sfilacciato, con ritardi superiori al minuto e corridori esausti. Trenta chilometri di tranquilla e assolata pianura francese, più piatta di un campo di petanque, fanno più selezione di quanta ne potrebbero fare tre gran premi della montagna di prima categoria.
Dopo ogni settore la testa del gruppo rallenta, i corridori si guardano per fare la conta dei morti e dei feriti, permettendo a quanti si sono attardati di rientrare per poi staccarli, di nuovo e con gli interessi, nel settore successivo.
Vista da fuori la Roubaix è una corsa molto musicale, fatta di momenti di adagio a cui seguono frenetiche impennate di ritmo, vivace, presto, prestissimo! Poi, di nuovo, la quiete dopo la tempesta, una tregua armata talvolta di due chilometri, talvolta di dieci, in genere corrispondente con i tratti di strada asfaltata che intervallano i settori in pavè. Mons en Pévèle, Pont Thibaut, Cysoing e poi il celebre Carrefour de l’Arbre, delle buche che ti ci perdi dentro e un rettilineo, quello che porta al famoso ristorante L’Arbre, che non finisce mai, con l’ enorme casone che appare da lontano come un faro in mezzo al mare, unica costruzione in mezzo a chilometri di campagna.

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Moser continua a spingere sui pedali con il rapportone da pianura, ormai inconsapevole di quanto stia accadendo in corsa, della posizione, dei distacchi. Non valgono più i giochi di squadra, i treni, i gruppi e gruppetti; ormai si è al tutti contro tutti, contro la polvere, le forature e le cadute, contro la fatica e le gambe ormai svuotate di energia.
L’arrivo a Roubaix suona come una presa in giro: i corridori affrontano un ultimo settore di una facilità disarmante, un finto pavè, un acciottolato moderno che dovrebbe evocare le difficoltà affrontate dai ciclisti ma sembra invece minimizzarle e schernirle.
Svolta a destra, ingresso nel mitico Vélodrome, un primo giro di rincorsa e poi la volata finale per dare fondo alle ultime energie.
MOSER F. Vainqueur 1978-79-80 E’ quanto riporta la targhetta posta su uno dei box-spogliatoio nelle spartane docce del velodromo di Roubaix, altro luogo mitico di questa corsa. Ignazio, con l’asciugamano in vita, sfila davanti alla targhetta e tira dritto, preferisce rivestirsi sotto lo sguardo più benevolo di un Coppi (1950), un Ballerini (1995-1998) o Tom Boonen (2005- 2008 -2009 -2012), il suo suo corridore preferito, il suo idolo. Ignazio ha ereditato dal padre buone gambe e una grande, smisurata passione per l’Inferno del Nord, ma se c’è una cosa in cui essere “figli di” non porta alcun vantaggio, questa è il ciclismo. Oggi il morale è a terra, ma già da domani, attraversando il pavè del centro storico di Gardolo, ricomincerà a sognare fughe nella polvere e arrivi a braccia alzate nel velodromo di Roubaix.

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