Archive for January, 2013

Francesco Moser

Archivio fotografico Luciano Cravero
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Alfredo Martini – 1950

Posted: January 27, 2013 in Uncategorized
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Alfredo Martini - 1950

Archivio Luciano Cravero
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Tour de France / Sestriere

Posted: January 26, 2013 in Uncategorized
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Tour de France / Sestriere

Charly Gaul
Photo by Carlo Sandri
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Tour de France 1956 - Arrigo Padovan

Photo by Carlo Sandri
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Tour de France 1956 - Raphael Geminiani

Photo by Carlo Sandri
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Tour de France 1956

Posted: January 26, 2013 in Uncategorized
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Tour de France 1956

Photo by Carlo Sandri
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un racconto autobiografico di Davide Cassani, dal sito www.davidecassani.it

Potevano essere quasi le 5  di mattina del primo settembre 1968, una domenica che segnerà per sempre la mia vita.
“Babbo ma Gimondi vince oggi”? E’ stata questa la prima domanda a mio padre in quel tragitto di 15 km che divideva Solarolo dal circuito iridato. Di lavoro fa il camionista, abitiamo in una vecchia casa di campagna a due passi dal centro, il paese è piccolo, non ci sono fabbriche, neanche  zone artigianali e per smistare il poco traffico non servono neanche semafori. I carabinieri ci sono perché li ho visti ma il vigile urbano no. So leggere e scrivere avendo già passato a pieni voti la prima elementare. Per andare a scuola non ci sono scuolabus e neanche il servizio navetta familiare. Con mio fratello di 4 anni più vecchio, l’unico mezzo sono le nostre gambe. Per far prima si taglia per i campi fino a casa dei miei nonni e, passando per la strada provinciale, si arriva nel corso principale lungo ben 150 metri. Ancora un breve tratto di strada e la scuola te la ritrovi davanti. E’ la più grande che conosco, ben 10 aule. Anche il campanile di San Mauro, la mia parrocchia, è il più alto, addirittura  30 metri… forse meno… e Felice Gimondi il mio campione preferito. Non so bene cosa faccia, ma io lo adoro perché mio babbo parla sempre di lui. A dir il vero so che corre in bici ma non ho ben chiaro cosa voglia dire.
“Bambini, domani andiamo a vedere Gimondi al campionato del mondo” disse mio padre a me e mio fratello. Non sono mai stato a Imola cioè non sono mai stato da nessuna parte e quando saliamo sulla 600, non sto nella pelle. Anche mio padre è felice e non perché andiamo a Imola, lui ha visto il mondo, fa il camionista, ma perché il ciclismo è la sua grande passione quindi anche la mia. Per essere sinceri oltre a Gimondi faccio il tifo anche per Pascutti e Bulgarelli ma loro non possono correre il mondiale, giocano nel Bologna la squadra del cuore di  mio padre, quindi la mia.
Sui tre Monti, il circuito iridato, ci piazziamo quasi in cima alla salita e quando passano la prima volta i corridori mi attacco ai pantaloni di mio padre continuando  a chiedergli: dov’è Gimondi? Impiegai 3 giri per riconoscerlo ma da quel momento divenne il mio idolo incontrastato. E’ alto, con due gambe lunghissime,  i gomiti piegati ed i capelli tutti tirati indietro. E’ serio, sembra quasi arrabbiato e continua a guardarsi attorno. Forse più che arrabbiato, preoccupato perché davanti a tutti c’è un gruppetto di corridori che stanno scappando.

Quel giorno decisi che da grande avrei fatto il corridore in bicicletta e non ho mai più cambiato idea.
Mio padre è ricco, pensavo questo perché in casa abbiamo anche la televisione ma non riesco a capire il motivo per cui non c’è neanche una bicicletta da corsa. Ma non sono preoccupato perché nel frattempo ho cominciato a giocare a calcio. Mio babbo mi dice che un bambino non può fare le corse mentre a pallone può giocare.
Un bel giorno, finalmente, entra in casa lei. Ho 12 anni, sono un bravo calciatore ma sempre con quel sogno di diventare come Gimondi. E’ grigia, con il cambio Campagnolo, i freni Universal, la sella nera in plastica con 3 fori centrali, ben 2 moltipliche e 5 ingranaggi dietro, il manubrio basso. E’ una Valla, bellissima. Non è la mia ma di Fabio, mio fratello. Babbo gli ha dato il permesso di cominciare a correre perché ha l’età per farlo, 15 anni. Avrei pagato chissà cosa per essere il padrone di quella bici ma dovevo aspettare. Quando mio fratello non era a casa la prendevo e, seduto sul cannone, partivo. Non andavo troppo lontano ma mi dava talmente tanta gioia pedalarci sopra che riportarla  in cantina mi faceva stare male. E’ velocissima, leggera, silenziosa. Impiego un po’ di tempo nel mettere le scarpe dentro il fermapiede ma poi, sempre sui pedali, (alla sella non ci arrivo) pedalo talmente forte da sentire lo stomaco rivoltarsi dallo sforzo.

Ho sempre  12  anni quando,  Il parroco di San Mauro, la mia parrocchia,  ci porta sul circuito dei 3 monti in bicicletta. Diventerà  la giornata più bella dell’anno, almeno per me. Essendo festa nazionale, Don Pierino, non deve lavorare cioè servire messa e organizza una gita per tutti i ragazzini. Lui con la perpetua in auto, noi piccoli in bicicletta. Tutti insieme fino all’incrocio con la Via Emilia poi via libera fino alla chiesa di Berghullo dove ci si ferma a fare il pic nic tutta la giornata. La notte prima non riesco neanche a prendere sonno dall’ emozione. Ero la felicità fatta persona. La mia bici  non ha il manubrio basso ma mi sento un corridore lo stesso perché la mia maglia è come quella dei professionisti, con le tasche dietro, piene di zucchero in zollette e marmellatine di mele cotogne. La sede di arrivo, Bergullo, è proprio sul circuito del mondiale che io conosco già. Mentre gli altri ragazzini restano li a giocare io me ne vado in giro in bicicletta. So che andando verso sinistra posso arrivare a Ghiandolino, il punto più alto del circuito ma non pensavo fosse cosi dura la salita. Mi sembra un muro e non riuscendo a salire dritto per dritto adotto il sistema a bisciolina (lo chiamavo cosi) per riuscire a non mettere il piede a terra. Mi sento forte, libero, felice e la stanchezza non la sento proprio. Sono sempre più convinto di fare il corridore da grande anche se giocare a  calcio mi piace un sacco. Dal Solarolo calcio mi cedono al Castelbolognese. Sono una punta, faccio tanti goal ma il mio nuovo allenatore, Zanetti, non mi fa giocare sempre. Quando invece inforco quella Valla grigia che nel frattempo è diventata la mia (mio fratello dopo una corsa ha chiuso) nessuno mi ordina  di restare in panchina, il posto più triste del campo sportivo, soprattutto per un ragazzino.  Dentro di me quel desiderio da bambino non è mai sparito e una domenica mattina di novembre del 1974 mollo la borsa del Castelbolognese Calcio e chiedo a mio padre di tesserarmi per l’ AS Solarolese dove c’è anche un mio amico che corre da un paio d’anni: Davide De Palma. Comincio gli allenamenti, mi diverto, non ho l’assillo della panchina ma la libertà di decidere che strade scegliere, quali montagne scalare, con chi andare ad allenarmi, con un unico chiodo fisso, realizzare il mio sogno,  correre un campionato del mondo.
Ho 15 anni il giorno della mia prima gara. E’ il circuito di Roncadello, in provincia di Forlì. Ho il terrore di non riuscire a stare in gruppo. Di km ne ho fatti tanti ma gare mai. Il mio direttore sportivo si chiama Ernesto Montevecchi che di lavoro fa il cantiniere. L’ammiraglia è la sua macchina, una 128 con il portabiciclette sopra. E’ lui che mi indica cosa fare, come allenarmi, cosa mangiare e come correre. Mi consiglia anche di leggere un libro: “Prendi la bicicletta e vai” di Ambrosini  la bibbia, a suo dire. Mi consiglia di stare poco in piedi, di usare rapporti leggeri, di andare a letto presto la sera e di segnare su un diario tutto quello che faccio. Trova anche le parole per dirmi un’altra cosa fondamentale per diventare un corridore, stare lontano dalle donne e…non fare niente neanche da soli, insomma niente sesso con o senza una donna.
Non vedo l’ora che arrivi il sabato pomeriggio per pensare alla gara del giorno dopo. Pulisco la bicicletta, lo shampoo per il telaio e la nafta per la catena usando le calzette di mia madre per  farla tornare bella splendente senza quei pelucchi che uno straccio qualsiasi può lasciare. Due gocce  d’ olio sulla catena e via sulla strada a provare i rapporti. Poi  a letto con un cuscino sotto i piedi perché il mio direttore sportivo mi aveva detto che le gambe devono stare alte altrimenti si gonfiano.
Non vinco neanche una corsa, ma il 7° posto nella Modena-Pavullo e soprattutto il 3° nella Coppa Giulianini a Villafranca di Forli rimangono le perle di una bella stagione. Mi piace davvero tanto correre in bici. Mio padre è contento della mia scelta di correre in bicicletta ma non lo dimostra. Tipo silenzioso, forse per questo ha scelto di fare il camionista, di fatto il padre ideale. Lui sta zitto ma basta guardarlo negli occhi per capire quanto gli piace vedere il proprio figlio correre. Il primo anno  non è mai venuto a vedere una corsa, il secondo invece si. Il terzo non ne ha persa una.  Il più bel regalo che mi ha fatto è stata  la bicicletta nuova per il 1977.

Ho 16 anni.Mi porta a Faenza nella bottega di Vito Ortelli. Le sue bici sono dei gioielli, fatte su misure. Io sapevo chi era Vito perché a Faenza era famosissimo avendo battuto in carriera anche Fausto Coppi. Quando entro la prima volta nel suo negozio rimango a bocca aperta. Lui mi squadra, mi chiede se voglio correre in bicicletta ma io rispondo che già lo faccio. Mi prende le misure e quando finisce dice a mio padre che tempo un mese la bicicletta sarà pronta. Costava 330.000 Lire, una follia. Quando la portai a casa la misi in sala, la guardavo, la sollevavo, non sembrava neanche vera. In quegli anni di Vito Ortelli diventai amico. Andavo li, in bottega, ascoltavo le storie di quando lui era professionista, di cosa faceva, come si allenava, di quando in un giro di toscana mangiò 25 uova o di quella volta che in pista riuscì a battere Fausto Coppi o quando, da allievo, conquistò il tricolore e tante tante altre avventure. Sto li ore senza neanche accorgermi del tempo che passa. Lui lavora, io guardo, lui parla io sogno. Io sono un ragazzino qualunque di 16 anni, lui Vito Ortelli.
Ho 17 anni, i racconti di Ortelli,  anche se ripetuti, non mi stancavo mai di ascoltarli.  Un giorno è mia madre ad andare da lui per chiedergli un favore, convincermi a smettere di correre.  Vito non riuscì a convincermi perché non ci provò nemmeno.
“Mamma, io voglio fare il corridore, tu non puoi impedirmelo. E’ mia la vita, e ne faccio quel che voglio, tu vuoi che diventi ragioniere? Ti prometto che non mollerò la scuola ma non puoi tarparmi le ali, non puoi spegnere i miei sogni, non puoi decidere quel che devo fare da grande perchè quella decisione l ho gìa presa io, non tu. La convinsi.
Ho 17 anni ma  le idee molto chiare. So che non sarà  facile passare professionista ma la cosa non mi interessa molto. Mi piace vivere il presente e non  preoccuparmi del futuro. Ho una passione che mi riempie le giornate, come quella del 1978 quando sono andato sul Monte Trebbio per vedere l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia. Gimondi è sempre al primo posto ma ormai non è più lui il capitano della Bianchi. La maglia rosa ce l’ha un suo compagno di squadra, Johan De Muynck. La strada è invasa dalle biciclette, sono partito da Solarolo in bici, circa 40 km per vedere il Giro. Quel giorno scalai quella salita tre volte. Salivo, scendevo, salivo, mi fermavo, salutavo amici, scendevo,ascoltavo la radio, sbirciavo per capire chi ci fosse dentro alle auto che precedevano la corsa. Trovo una sistemazione a circa 500 metri dall’arrivo, nel tratto più duro. I corridori li conosco quasi tutti perché alla tv non perdo una tappa. Ora poi con la televisione a colori, è  spettacolo puro.
Eccoli. Arrivano. In testa passa Crepaldi, mi sembra vecchio, pedala male con una smorfia sul viso che mette in mostra una fatica sovrumana. Non ce la fa più, lo incito anch’io ma ad un certo punto si blocca in mezzo alla strada, non va più avanti, vede l’ arrivo ma è troppo lontano e Bellini molto vicino. Sempre di più.  lo supera cosi come  Bortolotto e Chinetti. I miei occhi sono solo per Crepaldi ma poi, dietro, vedo sbucare lui. La maglia celeste,  i capelli tirati indietro, la schiena piegata più del solito,  il viso scavato, la testa bassa e gli occhi a cercare il traguardo nascosto dall’ultima curva. “Alè Gimondi, dai Felice”.

Erano passati  10 anni dalla prima volta che lo vidi.  Era uguale. O forse ero io che non avevo ancora cancellato quella figura che, in quella domenica di inizio settembre del 1968, segnò per sempre la mia vita.

Approaching the new cycling season, we focus on one of the most famous mountains, and also on the most important stage of TDF 2013: the Mont Ventoux.
(we love this uphill, which also appears in the movie THE LAST KILOMETER, when journalists GIanni Murra evokes the sad and fascinating story of Tom Simpson)

From INRNG ( all texts and photos belong to INRNG, we suggest you to visit their site for other great stuff)

Mont Ventoux Tour de France

As the third part in a series exploring the famous roads of cycling, here is Mont Ventoux in France. The idea with this weekly series is to discover the road and its place in the world, whether its part in cycling’s folklore or to explore what it is like on a normal day without a race.
Having covered Alpe d’Huez and the Ghisallo so far in this series, Mont Ventoux is different. It dominates the landscape and the road leads to nowhere, just the summit. Apart from the view there is little at the top, a sky-blue vacuum to be filled by the imagination.
A fixture in the Tour de France and other races this is another Mecca for cyclists who ride up “the giant of Provence” every summer.

The Route
There are three starting points to reach the top but classic ascension of Mont Ventoux starts from Bédoin. This is 22.7km long and averages 7.1%. On paper alone this is a challenge but as the profile shows, a gentle start means double-digit gradients await. The summit stands at 1,909-1,912 metres depending on which sign you read.

Ventoux profile

The D974 heads east out town and begins to rise but it is gradual. The first part of the climb is more an approach to the mountain. But it gains in altitude, passing peach orchards and vineyards. After 8km it is at the village of Saint Estève that the tone shifts. A hairpin bend and the road climbs at a steep 9-10% through oak and pine woodland. The slope is irregular, consistently steep to constantly load the pedals but just enough variation to toy with momentum. It lasts for 10km until Chalet Reynard where the road briefly takes on an Alpine look with the ski stop and car park and the rider should follow the road round to the left. Then begins the most famous part as the vegetation gives way to calcified white rock, only broken by the strip of black tarmac that twists up towards the teasing summit for six kilometres.

The Feel
The mountain eludes photography. Shot from afar Mont Ventoux appears tame, a mere ridge; get close and you can’t get the perspective needed to see the enormity of the mountain. Only shots taken by flight seem to capture the scale. Here’s one courtesy of Allen Foster, aka @NoMapNoCompass:

Mont Ventoux from airVentoux as seen from an aircraft window

Instead of clicking a camera, clip your shoes in. The start is enough to make you wonder what all the fuss is about. Bédoin is a comfortable town that thrives on tourism and agriculture. The gentle start past vineyards and orchards is civil and gives no indication of what’s coming.
This all changes in the tiny village of Saint Estève, patron saint of low gearing. The road enters the shade of the forest and on a warm day the air has a pine scent. From here onwards the road becomes a test. For the unprepared the 10% slopes become a series of leg-presses: 50 reps a minute for the next hour. For those in better condition or just equipped with low gearing it becomes a winch-like effort. Any race quickly blows apart, the peloton loses its military unity and quickly resembles a troop of sheep scattered on the slopes. There’s very little benefit from drafting other riders, this soon turns into a private contest between power and weight. If your comfortable you’ll catch glimpses of the summit through the woodland, a monster hiding behind the trees. Unlike many climbs this one has almost no hairpin bends.
Chalet Reynard offers a fountain for those without a following car and a flat respite. Then it’s on to the exposed section. The experience will depend on the day. With luck you will have deep blue skies and mild weather and a chance to profit from the stunning views below you, especially when summer brings violet fields of lavender. But it’s often windy and the higher you go the worse the crosswinds. The wind is measured at over 90km/h for two thirds of the year and you can find yourself leaning at an angle to counter the wind, especially for the last few hundred metres which are steep. When viewed from afar the white rock looks as pure as snow but when riding close you’ll see vegetation clinging on.
The final ramps are steep and after the hairpin bend the road flattens in front of the observatory building. The view from the top is impressive, not 360°, but enough. Riders now have a dilemma, to descent back to Bédoin or to go behind the summit and descend to Malaucène.

History
Mont Ventoux older than the Alps. The white summit is the result of geology and limestone, it’s not snow. It was surely on Roman maps but the first writings come from the fourteenth century when the Tuscan Francesco Petrarca described his ascent. Labelled the “father of humanism” Petrarch, as he is known in English, is often cited as the world’s first mountaineer, a man who climbed Mont Ventoux just because it was there. Whether he did or didn’t is now disputed, some say his tale of ascent is allegorical. In 1783 Amélie de Sade made several expeditions to the top for the fun of it. Sadism indeed.
In the middle ages the mountain had seen prodigious production of charcoal. So many trees were felled that the mountain became bald and an early conservation movement began to protect the environment. But it was not until the 1850s that serious efforts to replant the mountain began. But this was a success, the wind helped to sow the seeds.
The first cyclist to ride up was Adrien Benoît, at least the first to be recorded:

The ascension of Mont Ventoux requires seven hours by car, six hours by foot and three and a half for a trained cyclist. The vertiginous descent, freewheeled, on the stoney slopes at 12% is a dangerous acrobacy. I burnt two brakes and a pair of wooden rims. Amateurs beware.

Charly Gaul VentouxGaul declares war on Mont Ventoux in 1958

There have been buildings at the top for hundreds of years. The rectangular concrete weather observatory was built in 1968 and capped with a large TV antenna. From afar it resembles a giant syringe.

Race History
This is a famous climb of the Tour de France but it is used sparingly. It was first climbed in 1951 and has been used eight times as a summit finish and crossed six more times. It has been used in the Dauphiné and the Tour de l’Avenir amongst other races.

  • Charly Gaul won in the Ventoux mountain time trial 1958 on his way to winning the race outright that year. The Luxembourger won in front of a crowd of 100,000 but that year the mountain stages were televised for the first time. Popularity was never this thing and he later spent years living as a recluse in Luxembourg
  • Tom Simpson’s death in 1967 was the final straw that saw anti-doping controls introduced in the Tour de France. But it should be noted that the 1960s saw several other sports adopt controls and cycling had already used controls at the world championships in 1966
  • Double French champion and 1984 Vuelta winner Eric Caritoux never won on Mont Ventoux but today he runs a guesthouse and grows wines in Flassan on the side of the mountain
  • Jean-François Bernard won a mountain time trial in 1987. The Frenchman found himself cast as the successor to Bernard Hinault but the next year he crashed whilst leading the Giro and never quite returned to form, finishing his career as a domestique for Miguel Indurain
  • Non climber Eros Poli won in 1994. The tallest rider in the Tour de France, he set off early on the stage with the aim of building the biggest lead possible before he had to fight with gravity and held on to win
  • It was in the Dauphiné that the Mont Ventoux record of 55.51 was set by Iban Mayo in 2004, no doubt aided by more than a tailwind.

Height of Clichés
The summit might appear barren but it is littered with clichés. We can expect them to shine as bright as the white rocks this summer when the Tour approaches. “Lunar landscape” is surely the confection of those who have never ridden up because there’s nothing lunar about the pull of gravity for those who pedal.

Roland Barthes VentouxBarthes time

French post-structural philosopher Roland Barthes wrote about the mountain and the Tour de France in his 1957 book Mythologies, saying Ventoux is a “god of evil to which sacrifices must be made” and often no report is complete without some wild quote from him. Only I find a lot of his writing impossible, as if it was written at times by the Pomo Generator (be sure to read the footnotes if you go there). It’s as if we import Barthes because we struggle to understand the mountain.

Sadly Barthes’ mention of sacrifice brings us to Tom Simpson and his death in 1967 where exhaustion, alcohol and amphetamines combined to kill him. He collapsed and could not be revived on the scene nor after a helicopter transfer to hospital. A cliché yes but a mention is obligatory and worthwhile. Apparently he died a little lower down that the spot where the memorial is placed but it’s more romantic to imagine him near to the top, so close. What if he’d died much lower down, would the memorial be so famous if it was hidden amongst the trees?

On a normal day
The summit dominates the landscape, ominous as a volcano. There’s little point in going to the top unless you’ve got the Petrarch or De Sade vibe. Locals have no need to cross over, they drive around. Despite the Ventoux AOC and Côtes du Ventoux wine label, there’s little agriculture on the slopes, the vines grow around the mountain rather than on it. The slopes are used for bee-keeping and truffle hunting. In the autumn wild boar are hunted. Otherwise it’s so quiet you can bury a body: the police have conducted excavations several times. Some claim wolves roam too.

Come summer and things pick up. Tourists picnic in the woodland. Cyclists winch up slow and descend fast. Benoît’s burning brakes are still relevant, apply the brakes for a 20km descent and rims heat and tubes burst. Meanwhile the mountain air is scented by burning clutch plates and brake pads, Dutch motorists and German motorcyclists are regulars. The road can be closed for car rallies – check before you go – and it’s long been place for motorsports too.

But no day is ever normal. Unlike Alpe d’Huez or the Ghisallo there’s no bus service, no vans, no children being ferried to school. It is a real effort to get to the top and it can’t be done all year round. The road can be blocked by snow but the wind is the main obstacle. Local cyclists will avoid the climb and seek out the many alternatives in the region. See Youtube for an example of the wind, after 1m40s the rider in black get taken across the road as the wind roars like a jet engine across the top.

Say It
Listen to Mont Ventoux pronunciation by Forvo Mont Ventoux
It’s often said Ventoux gets its name from “venteux” or windy. But now experts say the name is derived from Vin-tur meaning a mountain that can be seen from afar.

Access
The Rhone valley has Avignon and Orange, both stops on the high speed TGV line between Paris and Marseille. Carpentras is said to be a gateway to Mont Ventoux but it’s never looked too elegant so slam that option shut. Instead Bédoin and Malaucène offer plenty of places and also bike hire.
But my base camp pick would be Sault. It sits to the east of Mont Ventoux and is further away from the Rhone valley and its howling Mistral wind that blows most days of the year. From here riders can take the “easy” third route up Mont Ventoux but also ride to Bedoin to tackle the climb. Above all there are many other routes available from here when you don’t want to include the hors catégorie Ventoux. Indeed the best thing about the Ventoux is the region and you can ride for hours on stunning roads with the summit as a landmark to guide your sense of direction.

Summary
Mont Ventoux dominates the landscape of much of the Provence area. Unlike many mountain passes of the Tour de France which cut through the mountains, this stands above the landscape. It also looms large in the mythology of the Tour de France and for good reason given the gradient, cruel winds and its white crest

It will again be a place of pilgrimage when the Tour hits the slopes in 2013 at the end of the longest stage of the race and it will be a key test ahead of the Alps.

I miei anni con Armstrong,  brutta favola del ciclismo 

di Gianni Mura, dal sito www.repubblica.it

Sette Tour de France sprecati a raccontare le gesta di un bugiardo che aveva ingannato tutti, o quasi tutti. Pareva una bella storia, non una favola: quelle nel ciclismo non esistono di GIANNI MURA

IN UN POSTO che continuava a sembrarmi finto, Le Puy du Fou, nel luglio del ’99 mi appoggiavo idealmente alla canna della bici numero 181, quella di Armstrong. Tutti gli altri li avrebbe vinti col numero 1. Era un Tour senza Pantani e senza Ullrich. Armstrong ci arrivava dopo due quarti posti ai mondiali, linea e crono. E un quarto alla Vuelta.

Si conoscevano i suoi propositi, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Proprio il mare, che rende scivoloso d’alghe la stradella del Gois, fa cadere Zuelle ed è alleato di Armstrong. Nella crono di Metz cade e si ritira Julich, altro rivale di Armstrong che domina anche sulle Alpi. Tutto facile. Per me Armstrong era entrato in un cono di luce a Limoges, quando vinse e indicò il cielo per ricordare Casartelli.
È difficile rievocare quegli anni al Tour oggi, sotto un’altra luce che è quella della confessione (parziale), del crollo. Allora, almeno all’inizio, era una bella storia, forte, dura, non proprio una favola. Bisogna stare sempre attenti alla favole, nel ciclismo: Cappuccetto Rosso ha le siringhe nel cestino, la nonna spaccia e il Lupo è già cattivo di suo.
Ma una storia è una storia. Quella di un ragazzo che fin da bambino ha imparato da sua madre a essere un “guerriero della vita”. Che vince un mondiale nella bufera. Che corre solo di muscoli, cervello poco. Un torello da gare in linea. Si ripresenta cambiato nel fisico e nella testa. Parla anche in un altro modo. Giù dal podio di Parigi ringrazierà il cancroche ha fatto di lui un altro atleta ma soprattutto un altro uomo, migliore. I sospetti, quelli non sono mai mancati. Una pomata fuorilegge a Pau: “Sono un perseguitato”.
Attorno al capo c’è uno sbarramento sempre più robusto. Il più ciarliero dell’Us Postal è il cuoco, uno svizzero che si chiama Willi Balmat (“Con una nonna di Trastevere, cognome Di Rienzo”). Ad Armstrong piacciono gli spaghetti aglio e olio (peperoncino no), l’omelette (“Un rosso d’uovo e tre bianchi”), il risotto allo zafferano. Poi, le minacce di morte, le guardie del corpo, l’albergo come un fortino.
Si gira la Francia, ovviamente. Armstrong non è molto popolare, col passare del tempo. Solo Schumacher e Anelka risultano più antipatici, in un sondaggio. Ci si interroga anche tra noi in sala-stampa, o a cena. Tu ci credi? A me non piace, ma finché i controlli sono negativi ha ragione lui. Sì, perché usa qualcosa che gli altri non hanno, una cosa sperimentale, non si può avere quella cadenza di pedalate in salita, non è umano.
È umanamente strano, questo si può dire. Nel 2000 Pantani e Ullrich ci sono. In cima al Ventoux battuto dal vento sono in due, Armstrong e Pantani. Vince Pantadattilo e Armstrong dice che l’ha lasciato vincere. Pantani non gradisce e vuole fargli pagare l’omaggio-affronto. Vince a Courchevel, poi cerca di far saltare il Tour e salta lui, si ritira. È strano, o quantomeno nuovo, il modo di preparare il Tour. Già LeMond, l’amico-nemico, ne aveva fatto il centro della stagione. Armstrong ne corre almeno due: uno abbondante in allenamento, poi quello vero, quello che conta.
Si raccontano episodi al limite del fachirismo: la Madeleine due volte in maggio, pochi gradi sopra lo zero, l’Alpe d’Huez otto volte. C’è qualcosa di maniacale nel suo legame col Tour, e solo col Tour. E qualcosa di oscuro nella sua forza, che è anche la debolezza della concorrenza, sul podio si avvicendano Zuelle ed Escartin, Ullrich e Beloki, Beloki e Rumsas, Ullrich e Vinokurov, Kloden e Basso, Basso e Ullrich. Il solo a poter battere Armstrong: se non ingrassasse otto o nove chili passando l’inverno a ingozzarsi di dolci, se fosse meglio guidato dalle ammiraglie, se sapesse improvvisare e bluffare come Armstrong sul Glandon.
Anche una delle cose che i ciclisti temono di più, le cadute, sembrano non accanirsi con lui. Lo risparmiano. È Beloki che si schianta verso Gap, Armstrong a ruota ha i riflessi per sterzare in un campo di grano. E quando è lui a cadere, nella tappa di Luz Ardiden, Ullrich non lo attacca, rispettando un codice non scritto. Anche Armstrong è rispettato, in gruppo. Sempre stato così, coi padroni del gruppo. Amato, no. Troppo texano, troppo rigido, troppo esigente, coi gregari ma anche con se stesso. I gregari (quelli che poi gli testimonieranno contro) per lui si butterebbero nel fuoco. Non hanno spesso via libera. Quando succede, Hincapie vince il tappone pirenaico (altri sospetti, giustamente), Savoldelli a Revel. Ma non c’è posto per capitani alternativi, manco a parlarne. Uno solo deve vincere.
Con quali aiuti chimici, adesso si sa. Ma non è vero che tutti i giornalisti del Tour suonavano il violino. David Walsh in particolare, sul Sunday Times già nel 2001 accusava Armstrong di aver usato epo alla Motorola, e nel 2003 rincarava la dose con il libro “LA confidential”, scritto con Paul Ballester. Letti, e riferito. Ho voluto bene alla storia di Armstrong, perché mi accorgevo di quante persone riuscisse a coinvolgere, di quante speranze riuscisse a dare.
Armstrong era un ragazzo che riusciva a mettersi in piazza anche nei lati più tristi, che da malato aveva paura di addormentarsi e di morire nel sonno, che a tenergli compagnia aveva un gatto rossiccio trovato per strada e ribattezzato Chemio, e del resto anche Rogge, medico, presidente del Cio, un nonno che correva con Van Houwaert, dichiarò che di cancro si guarisce, è noto, ma che la funzionalità epatica si riteneva compromessa dalla chemio, mentre Armstrong recuperava meglio di prima.
Armstrong ha assunto un’altra faccia, ai miei occhi, il giorno di Lons, quando andò ad annullare la fuga di Simeoni, “uno che faceva del male al gruppo”, per difendere il buon nome (già) del dottor Ferrari. Un gesto antisportivo, indegno, volgare, mafioso. Chi lo compie, pensai quella sera, è capace di tutto. Ma i controlli erano sempre negativi, a Kristin succedeva Cheryl, alla telefonata di Bush l’abbraccio di Robin Williams. Un americano a Parigi, remake. La mano sul cuore. Una telenovela che non è finita con la confessione pubblica e lacunosa assai: se non si eliminano gli Alti Complici, non cambierà nulla.
E per Armstrong spiegare bene le cose ai suoi figli sarà più difficile che battere Beloki. Le salite più dure non sono quelle del Tour, Armstrong se ne sarà già accorto.

Now we know the culprit!!

Posted: January 18, 2013 in Uncategorized

Now we know the culprit!!