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Ormai è diventato un piccolo classico dei film documentari sul ciclismo, trasmesso in TV in Italia e all’estero, ospite del Bike Film Festival di New York e di numerosi altri festival internazionali, dal Filmed by Bike di Berlino al Russian Sport Film Festival di Mosca.
E’ “L’Ultimo Chilometro”, una piccola produzione indipendente, un film documentario uscito tre anni fa. Oggi la casa di produzioneStuffilm lancia un’imperdibile offerta sull’acquisto del DVD di questo film.
Oggi “L’Ultimo Chilometro” è disponibile in formato DVD+Libretto a soli 5 euro (1,5€ spedizione in Italia, 4€ spedizione all’estero).
Gli appassionati di ciclismo possono ordinarlo cliccando QUI o sull’immagine sottostante.

Cosa spinge Davide Rebellin a continuare ad allenarsi ore e ore ogni santo giorni, a ormai 44 anni d’età? Chi è Didi Senft, il tifoso tedesco meglio noto come “El Diablo”,che dai tempi di Chiappucci e Pantani pungola i ciclisti con un forcone da Diavolo? Infine, il giornalista Gianni Mura indaga sul destino del ciclismo di oggi, sempre in bilico tra la bellezza dello spo rt e gli scandali del doping.

SINOSSI
L’Ultimo Chilometro è un film su una passione, un’emozione, uno sport: il ciclismo.
Il documentario racconta la storia e la stagione agonistica di Davide Rebellin “il vecchio”, 41 anni e ancora in gruppo con la sua voglia di vincere, le tante vittorie e gli scandali alle spalle, e di Ignazio Moser “il giovane”, figlio ventenne di Francesco, di cui porta il nome, la passione ma anche la pesante eredità.
Il giornalista Gianni Mura, dal 1967 corrispondente e suiveur al Tour de France, ci aiuta a scoprire che cos’è il ciclismo, cos’era e cosa è diventato, tra epica e passione, tra pathos e doping.
Infine, “El Diablo” Didi Senft, con il suo costume da Diavolo, il forcone e le folli corse dietro ai corridori, che porta nel film la passione e l’entusiasmo del pubblico, di cui è simbolo e metafora vivente. L’Ultimo Chilometro è un ritratto del ciclismo.

La altre produzioni Stuffilm legate al mondo del ciclismo


48 TORNANTI DI NOTTE – In lavorazione


VENTO.. L’ITALIA IN BICICLETTA LUNGO IL FIUME PO

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Nota: ci permettiamo un copia e incolla da ciclismopassione.com, con l’invito a visitare x intero questo sito amico, sempre prodigo di consigli e info utili

Consigli pratici per migliorare in salita

La salita è il terreno su cui si sono scritte e si scrivono ogni giorno le pagine migliori di questo sport.

Da Contador fino all’ultimo dei cicloamatori , la salita è l’ambiente in cui ognuno sfida se stesso e compie le sue piccole-grandi imprese.

Mi piace ricercare nuovi stimoli, consigli e risorse da condividere con tutti voi, e così tempo fa ho trovato un video in rete che parla proprio di salita con alcuni consigli utili (e altri meno utili) per migliorare le nostre prestazioni in salita.

Mi sono preso la briga di tradurre il commento in inglese e sezionare il video, mettendo in rilievo i punti più importanti e a volte obiettando quando sostenuto dall’autore del video.

Ecco la mia analisi, spero la troverai utile e mi piacerebbe sapere cosa ne pensi:

1 – Trova il tuo passo

L’inizio di una salita è probabilmente il momento più difficile per la maggior parte di noi. In pochi minuti il nostro fisico deve cambiare completamente ritmo cardiaco e respiratorio ed adattarsi alla nuova condizione.

E’ importante quindi iniziare subito con il rapporto giusto per non “imballare” le gambe e cercare di trovare il nostro ritmo che ci permetta di affrontare tutta la salita senza andare in debito di ossigeno, o se preferisci, senza stare per troppo tempo oltre il valore cardiaco di soglia.

2 – Cerca un ritmo per respirare (?)

Su questo punto devo dire che non sono molto d’accordo con l’autore del video che consiglia di cercare un ritmo respiratorio costante , come per esempio un respiro ogni 2 pedalate, sostenendo che aiuti sia a livello fisico che mentale.

Non so se ti ricordi, ma su questo punto ho intervistato tempo fa Omar Beltran, autore del libro “Il doping ecologico” , (ti consiglio di leggere questo interessantissimo post, cliccando qui.)

Beltran sostiene che la respirazione anche sotto sforzo dovrebbe essere di tipo diaframmatico, e quindi più profonda e “lunga”. Spesso infatti in salita tendiamo ad accorciare sempre più il respiro ma non diamo quasi mai importanza a questo gesto che invece può e deve essere controllato.

Concordo quindi con Omar Beltran nel dire che la respirazione deve essere controllata, profonda e diaframmatica. Non è facile all’inizio ma con un po’ di pratica i benefici sono enormi. Un ottimo sistema per “imparare a respirare” è frequentare un corso di Yoga. Può sembrare una disciplina agli antipodi rispetto il ciclismo ed invece per esperienza personale ti consiglio di provare, magari questo inverno e scoprirai di non aver mai respirato davvero. E tu come respiri in salita?

3 – Cambia spesso posizione di guida

Seduto con mani in presa alta.

La posizione più comune ed adatta per compiere lunghe salite è quella classica da seduti con le mani sulla parte alta della curva manubrio. Un consiglio mio personale è di tenere le mani e le braccia ben allargate per aprire la cassa toracica e permettere la migliore respirazione.

Questa posizione come detto è adatta per le andature costanti , ma non si presta a scatti o cambio di ritmo.

A questo punto nel video si parla dell’inclinazione del corpo rispetto alla verticale e di posizioni avanzate o arretrate sulla sella, dimostrando come cambi il coinvolgimento delle fasce muscolari a seconda della posizione e si consiglia di cambiare spesso posizione.

Sono solo parzialmente d’accordo con queste affermazioni. E’ corretto e necessario cambiare  posizione di tanto in tanto per scaricare le tensioni su braccia, spalle, collo ed anche coinvolgere i muscoli delle gambe in modo differente, tuttavia se abbiamo una corretta posizione in sella in base alle nostre misure e caratteristiche, troveremo agevole ed efficace spingere sempre in quella posizione che dovrebbe essere al centro della sella e con un angolo del busto che varia da persona a persona (e naturalmente varia a seconda delle pendenze della salita).

Seduto con le mani sopra le leve freno

Questa posizione può essere confortevole ed efficace nell’azione di spinta soprattutto su salite con pendenze lievi. Da questa posizione, nel caso di gare o sfida con gli amici, diventa facile fare accelerazioni ed alzarci in piedi per scattare.

Seduto con mani in presa bassa.

La posizione in salita con le mani in presa bassa è la  meno efficiente dal punto di vista meccanico e costringe le articolazioni delle anche ad un super lavoro. Dal momento che la resistenza dell’aria è trascurabile in salita, non ha molto senso tenere il busto così basso.

Posizione sui pedali.

Pedalare in piedi permette di scaricare più potenza alla bicicletta dato che si sfrutta anche il peso del corpo a nostro vantaggio.

Per contro questa posizione coinvolge molti più muscoli nell’azione della pedalata e di conseguenza il dispendio energetico è maggiore.

Come valore medio possiamo dire che pedalando in piedi si utilizza il 12% in più di ossigeno con un aumento delle pulsazioni di un 8% .

Attenzione quindi a non esagerare in piedi anche quando ci sembra di stare bene, il conto alla fine si paga.

Alzarsi in piedi va bene per brevi tratti, per rilanciare l’andatura, per cambiare posizione e scaricare la tensione dalla muscolatura, per fare uno scatto o superare una pendenza breve e molto ripida, ma non deve essere la posizione principale con cui scalare le salite.

Una buona regola è quella di aumentare di un paio di uno o due denti il cambio quando ci si alza in piedi per sfruttare al meglio la maggiore potenza che possiamo trasmettere ai pedali.

Sui pedali con le mani sulle leve freno

Alzarsi sui pedali con le mani sopra alla leva dei freni è la posizione che permette il maggior controllo del mezzo e permette di agevolare gli spostamenti laterali della bicicletta per assecondare i movimenti del nostro corpo.


Alzarsi sui pedali con le mani in presa alta

Alzarsi sui pedali con le mani sulla parte alta del manubrio non permette di spingere con efficacia ne di controllare la bici. Hai mai provato ?


Sui pedali con le mani in presa bassa … solo il Pirata.

Beh qui non posso fare altro che ricordare l’eccezione che conferma la regola. Forse l’autore americano di questo video non si ricorda come volava sui tornanti lo scalatore più grande di tutti i tempi.

Gettava via la bandana, si alzava sui pedali con le mani in presa bassa, ed era terrore per gli avversari e brividi per noi tifosi !

Marco era un campione unico, l’eccezione che conferma la regola. Pedalare in quel modo causa un grande dispendio di energie. Servono cuore e gambe che non tutti hanno…

Marco Pantani

Posted: February 14, 2014 in Uncategorized
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Original and rare photos by Luciano Cravero

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condividiamo un bel pezzo di Andrea Scanzi pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 24 luglio 2013

Potete dire e scrivere quello che volete, potete “scoprire” post-mortem tutti gli scandali del mondo, ma io sarò sempre vicino a Marco Pantani. Non farò mai parte del folto gruppo di sciacalli che, da un giorno all’altro, lo abbandonarono.
Marco fu ucciso due volte. La prima a Madonna di Campiglio, il 5 giugno 1999, quando gli tolsero un Giro già vinto con un controllo “a sorpresa” pieno di falle. La provetta unica (dovevano essere due e il ciclista doveva sceglierle personalmente), l’anticoagulante che forse non c’era, il nervosismo degli addetti ai lavori, le rivelazioni di Renato Vallanzasca che in carcere venne a sapere giorni prima che “il pelatino non sarebbe arrivato a fine giro”. Anche i giornalisti lo seppero prima. Perché? Dietro a tutto questo c’era un giro di scommesse clandestine? E soprattutto: perché l’ematocrito di Pantani in quella provetta era del 52% (il limite massimo, al tempo, era 51%) ma sia la sera prima in hotel sia poche ore dopo a Imola era ampiamente sotto il 50%? Pantani sapeva che ci sarebbe stato quel controllo, non era scemo. Si era preparato. Oltretutto quel controllo non rivelò sostanze dopanti. Paradossalmente era un controllo per tutelarne la salute, fu fermato (due settimane: il tempo esatto di perdere il Giro) per “salvarlo” e non per punirlo. Non fu una “squalifica”, avrebbe già potuto correre al Tour (ma lo disertò per la depressione). Eppure tutti vendettero la notizia parlando di doping, fu fatto uscire dall’hotel scortato come un mafioso. E d’un tratto molti italiani, che ne avevano amato i trionfi e le rinascite dopo le troppe sfortune e infortuni (l’auto che lo investe, i gatti che lo fanno cadere), lo abbandonarono. Compresi tanti giornalisti, su tutti Candido Cannavò, che scrisse un editoriale violentissimo sulla Gazzetta (un maestro, Cannavò, ma quell’articolo era davvero discutibile).
Da quel giorno Pantani non si rialzò più e tornò nella spirale della cocaina. Era un ragazzo fragile, e tutt’altro che immune da difetti e tentazioni. Fu abbandonato. Raccontò la sua verità in una straziante intervista video a Gianni Minà, poco dopo l’episodio di Madonna di Campiglio. L’ultimo suo acuto fu al Tour de France del 2000, ma anche allora Lance Armstrong (che al tempo faceva il “santo” e come tale veniva trattato dai media, mentre Pantani era il reietto) glielo rovinò, sostenendo di “averlo fatto vincere” sul Mont Ventoux.
Non mi ha mai convinto neanche la morte al Residence Le Rose di Rimini, quasi cinque anni dopo, a 34 anni. Anche lì: troppe incongruenze. La camera era mezza distrutta, c’era sangue sul divano, c’erano resti di cibo cinese (che Pantani odiava: perché avrebbe dovuto ordinarlo?). Marco aveva chiamato due volte la reception parlando di due persone che lo molestavano (aneddoto catalogato come “semplici allucinazioni di un uomo ormai pazzo”). Pantani fu trovato blindato nella sua camera, i mobili che ne bloccavano la porta, riverso a terra, con un paio di jeans, il torso nudo, il Rolex fermo e qualche ferita sospetta (segni strani sul collo, come se fosse stato preso da dietro per immobilizzarlo, e un taglio sopra l’occhio). Vicino al suo corpo c’erano delle palline fatte con la mollica del pane, in cui sono state trovate tracce di cocaina. Nella camera non sono state trovate altre tracce di stupefacenti. Non esiste un verbale delle prime persone che sono entrate all’interno della camera, non è stato isolato il Dna delle troppe persone che entrarono nella stanza. Il cuore di Pantani – uno dei tanti aspetti macabri della vicenda – venne trafugato dopo l’autopsia dal medico, che lo portò a casa senza motivo (“Temevo un furto”) e lo mise nel frigo senza dirlo inizialmente a nessuno. Prima di morire a Rimini, il 14 febbraio 2004, era stato sette giorni in un hotel a Milano, davanti alla stazione, solo e trasfigurato. Poi cinque giorni a Rimini, per nulla lucido, accompagnato da figure equivoche. Avrebbe anche festeggiato con una squadra di beach volley poco prima di morire: chi erano? Perché il cadavere aveva i suoi boxer un po’ fuori dai jeans, come se lo avessero trascinato? Che senso aveva quel messaggio in codice accanto al cadavere (“Colori, uno su tutti rosa arancio come contenta, le rose sono rosa e la rosa rossa è la più contata”)? E potrei andare avanti con le incongruenze, tutte reperibili nei libri Vie et mort de Marco Pantani (Grasset, 2007) e Era mio figlio (Mondadori, 2008).
Certo, Pantani morì per overdose di cocaina, ma troppi particolari lasciano pensare (anche) a una messa in scena. L’autopsia, peraltro, confermò che le tracce di Epo nel suo corpo erano minime, segno evidente di come il ciclista non avesse mai fatto un uso costante di sostanze dopanti.
Sia chiaro: non sto dicendo che Marco Pantani sia stato un santo. Anche lui, come (credo) quasi tutti i ciclisti, si sarà qua e là aiutato con sostanze illecite. Non posso saperlo, non fatico a crederlo. Ma l’accanimento che subì, e l’ipocrisia feroce che lo ammazzò, non le ho mai viste applicate contro nessun altro sportivo. Mai.
Prima Eroe, poi rinnegato.
Marco Pantani è stato ammazzato due volte.
E io me lo ricordo bene.
Potete togliergli il Giro, il Tour. Potete fregarvene delle parole di sua mamma Tonina, dei giornalisti biografi (in particolare Philippe Brunel ed Enzo Vicennati) che da anni provano a sottolineare le tante anomalie nella sua vita e nella sua morte. Fate quello che volete, ma io ero e resto fedele al Pirata. Ha regalato emozioni e azzardi irripetibili. Vederlo era un rituale, era un’appartenenza. Chi non ha visto in diretta i suoi scatti in salita, non sa veramente cosa sia (stato) il ciclismo.
L’ho amato, come pochi altri sportivi. L’ho conosciuto, l’ho difeso, l’ho pianto. Ha sbagliato, come tanti. Ma ha pagato, ferocemente, molto più di quanto meritasse.

INTERVISTA A GIAMMI MURA
(http://www.famigliacristiana.it/articolo/abbiamo-bisogno-di-sport-a-misura-d-uomo.aspx)

Nell’ultimo libro di Gianni Mura, Tanti amori, scritto per Feltrinelli, con Marco Manzoni, principale responsabile del libro a detta di Mura, c’è una provacazione che sembra fatta apposta per essere lanciata in questo momento di discussione sul Tour.

Gianni, che cos’è l’Epu, perché lo sport ne avrebbe molto bisogno?
«E’ un acronimo che allude provocatoriamente all’Epo, la droga più diffusa. Significa etica, passione umanità. Abbiamo disperatamente bisogno di uno sport (e di un ciclismo) che tornino ad altezza d’uomo, al rispetto delle regole del gioco e degli avversari».

A proposito di avversari, i più si giustificano dicendo che “lo fanno tutti”, una sorta di legittima difesa?

«Non è una giustificazione, lo sport è anche un fatto etico. Se sei un campione rappresenti qualcosa che va oltre, un pubblico più vasto, non voglio parlare dei soliti bambini, ma insomma non puoi, come fanno i professionisti, parlare di doping dicendo che “ti curi”, come se l’Epo fosse uno sciroppino per la tosse…Essere simboli ha un costo, vale per chi corre in bici, come per chi fa politica».

Nel libro c’è una sua lettera a Pantani, post mortem. Che cosa pensa di questa idea di togliergli il Tour 1998?

«Mi pare un’idea grottesca il fatto che si vada ad analizzare con le regole di oggi il mondo di 15 anni fa, così possiamo riscrivere, ammesso che sia giusto a regole cambiate, la storia, ma è una cosa un po’ teatrale e un po’ sterile, come riesumare Tutankamon per capire di che cosa è morto. Non serve certo a cambiare la mentalità di un mondo sporco».

Che cosa serve o meglio che cosa servirebbe?

«Guardare con durezza al qui e ora: squalificare e cacciare nell’immediato senza sconti, mettendo in condizioni di non nuocere oltre. Bisognerebbe non limitarsi agli atleti dopati, su cui si accende il riflettore, bisognerebbe cacciare anche chi li aiuta. E invece il Coni spagnolo non è andato così a fondo con uno come Fuentes».

Nel libro, che contiene anche storia e storie d’altri più poetici temi, adombrate l’idea che il doping sia un problema sociale. E’ così?
«Credo di sì ma non è una giustificazione. Però è un fatto che viviamo in una società farmacodipendente, che al primo starnuto si impasticca. Una professoressa, qualche tempo fa, ha proposto l’antidoping per gli studenti: se uno prende farmaci per aiutare la memoria e prende un voto migliore di un altro all’esame trae un indebito vantaggio. Ovviamente non se n’è fatto nulla. Anche perché non va dimenticato che il doping è un grande affare e che l’antidoping costa».

Più grave il problema etico di chi si dopa o di chi aiuta a doparsi?

«Sono due facce della stessa disonestà, con una differenza chi si dopa, rischia in salute del suo, chi aiuta non rischia niente».

C’è percezione di questo rischio o è tanta anche l’ignoranza?
«Mi ha dato da pensare la notizia di una corsa ciclistica amatoriale di qualche giorno fa, in cui quando s’è sparsa la voce che ci sarebbe stato un controllo si sono dati tutti ai campi, nessuno è arrivato al traguardo. Vuol dire che è diffusissimo anche il doping brado, della domenica, che nessuno controlla perché costa. Né prima per sicurezza, né dopo per onestà. Ma su Internet si compra di tutto»

Anche con la spedizione anonima…

«Sì come le riviste porno un tempo, a che il vicino non sapesse…». 

01 luglio 2013

Today we were at the Col du Galibier, where everything is ready (or going to be ready) for the Giro d’Italia 2013.

A poco più di un mese dal passaggio del Giro d’Italia, si liberano le strade da metri e metri di neve (con i mezzi e con eplosioni di cariche di dinamite). Oggi eravamo lì, a documentare tutto con foto e video per conto di www.giro2013galibier.fr. Se durante la tappa la Rai manderà in onda immagini di quando sul colle c’erano metri di neve e nessuno scommetteva un penny sul passaggio dei corridori, sappiate che le ha realizzate Stuffilm Creativeye – www.stuffilm.com

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