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La settimana scorsa vi ho presentato il film “L’ultimo Chilometro” , definendolo come un film “dedicato alla nostra passione”.

Ho avuto anche il piacere di parlare al telefono con Paolo Casalis, ideatore e regista di questo progetto, e di fargli qualche domanda sul suo bel lavoro.

Dopo l’intervista ho capito perché il film riesce a trasmettere quella passione e quella “poesia della fatica” tipica del nostro sport. Il fatto è che Paolo è prima di tutto un grande appassionato, ex agonista ed ora cicloamatore come tanti di noi.

A fondo pagina trovi anche un estratto dal film che Paolo mi ha girato in anteprima solo per noi di CiclismoPassione.

– Ciao Paolo, anzitutto ci racconti chi sei e cosa fai ?

Ho 36 anni, vivo e lavoro in Piemonte, tra Bra e Torino, e sono un regista: mi occupo di realizzare (e quasi sempre anche filmare in prima persona) film documentari.
Tra gli altri, nel 2009 ho realizzato insieme a Stefano Scarafia il film “Il Corridore” (www.unpassodopolaltro.it) sulla leggenda della corsa estrema Marco Olmo, e nel 2012 ho realizzato il film documentario “Langhe Doc. Storie di eretici nell’Italia dei capannoni” (www.langhedoc.it), vincitore di numerosi Festival e nella selezione ufficiale per i premi David di Donatello 2012.

Spero davvero che “L’Ultimo Chilometro” abbia la stessa fortuna!

– Come ti è venuta l’idea di questo film ? 

Ho corso in bicicletta fino all’età di 18 anni: giovanissimi, esordienti, allievi e juniores.

AL momento di decidere se proseguire tra i dilettanti oppure no ho deciso di smettere, senza traumi: non ero un fenomeno, ero un buon passista-scalatore ma niente di più, e poi si preannunciava un anno scolastico difficile, con gli esami di maturità e poi l’università.

Mi è però rimasta la passione e ancora oggi, nei ritagli di tempo tra un lavoro e l’altro, faccio i miei 3mila chilometri all’anno.

Quando ho chiuso il mio film precedente (che era su tutt’altro tema e argomento) mi sono chiesto “E ora? Che cosa racconto nel mio prossimo film?”

E la risposta è stata: il ciclismo, perché no? D’altronde nel mio piccolo qualcosa ne capisco, e solo sommando tutte le ore passate a guardare il ciclismo in tv (dai tempi di AdrianoDe Zan) penso che avrei già potuto realizzare un paio di film sull’argomento.

La motivazione in realtà è anche un’altra: lo sport in generale è un bellissimo soggetto, fonte di infinite storie, di epica, di pathos, di emozioni.

Ogni gara ciclistica, ogni carriera di corridore, è in sé un’efficace metafora della vita, un sunto delle nostre esperienze: si fatica, si vince, si perde.

– Perchè la scelta è ricaduta su questi 4 personaggi ?

La mia non è stata una scelta casuale: non avevo una lunga lista di corridori a cui chiedere se fossero disposti a partecipare, ma fin dall’inizio avevo questi 4 nomi: Ignazio Moser, Davide Rebellin, Gianni Mura, El Diablo. Ho avuto la fortuna di ricevere quattro risposte positive.

Per me ognuno di questi personaggi rappresenta in modo esemplare determinati aspetti del ciclismo:

-Ignazio Moser è la speranza, la linea verde, il giovane carico di sogni e di promesse. In più, nella sua storia ho visto il fascino (e la difficoltà) del confronto continuo con un padre che è stato un campione assoluto del ciclismo, e a posteriori (e a che mi dice “hai sbagliato Moser”) devo dire che la scelta si è rivelata azzeccata.

-Davide Rebellin è l’ultimo esponente del ciclismo che guardavo in tv nei pomeriggi della mia adolescenza, è “l’ultimo dei dinosauri”.La sua storia, fatta di grandi successi e clamorose “cadute”, come quella di Pechino 2008, è davvero intrigante e affascinante, nel bene e nel male. E poi nel ciclismo il problema doping esiste, e io non potevo né volevo nascondere la testa sotto la sabbia: la scelta di parlare di Rebellin (che in molti hanno criticato a priori, senza neppure aver visto il film) va in questa direzione.

-Gianni Mura è, tra i giornalisti italiani che si occupano di ciclismo, quello che meglio di ogni altro sa tradurre i chilometri macinati sull’asfalto in emozioni, in parole. Forse non è il più tecnico tra i giornalisti sportivi, e sicuramente altri hanno una conoscenza più profonda di questo sport, e però il modo in cui Mura racconta il ciclismo ha qualcosa che va al di là della cronaca, del dato sportivo.

-El Diablo, infine, rappresenta l’emozione, la passione, la gioia, in una parola il pubblico del ciclismo. Didi Senft (così si chiama il tedescone nascosto sotto i panni del diavolo) è esagerato, folcloristico, lucidamente folle, e pertanto è il simbolo perfetto della folla di appassionati che seguono le grandi corse ciclistiche. Filmare lui era per me come filmare l’intera moltitudine degli appassionati di ciclismo.

– Nel film c’è una linea netta tra passato e futuro di questo sport. Si respira una sorta di nostalgia, soprattutto nelle parole di Gianni Mura, e in quelle di Francesco Moser quando parla dei “vecchi tempi” in contrapposizione a quelli moderni. Al tempo stesso c’è una carica di giovane energia e positività nelle parole di Ignazio Moser.

Tu come vedi il ciclismo moderno ? Credi sia più pulito, meno eroico, meno entusiasmante ? Credi che appassionerà ancora la gente ?

E’ difficile per me argomentare per scritto sullo stato attuale del ciclismo e su cosa ne sarà di questo sport: mi ci sono voluti 52 minuti di film per provare a rispondere a questa domanda

Aggiungete un punto interrogativo al titolo del film, e capirete che il mio approccio al film era contenuto nella seguente domanda: il ciclismo è arrivato al suo ultimo chilometro? Stiamo assistendo agli ultimi metri di questo glorioso sport, travolto dagli scandali, dal business, da una modernizzazione (dei mezzi meccanici, dei tracciati, delle squadre, del sistema di gare e punteggi..) che sembra andare in direzione opposta rispetto al mito, all’emozione, all’epica?

Senza svelare nulla del film, posso dire che io confido nel lieto fine, anzi ne sono certo: il ciclismo continuerà ad appassionarci, a coinvolgerti emotivamente, sia da modesti operai della bicicletta sia da appassionati con il telecomando in mano.

Detto questo è vero, come afferma Gianni Mura, che a volte i campioni di oggi non fanno molto per entusiasmarci, e la stessa cosa si può dire delle squadre, dei percorsi delle gare, delle tattiche di gara. Però poi arrivano corridori come Sagan e Moreno Moser, gare come la Tirreno-Adriatico di questi giorni, e noi spettatori ci riconciliamo con questo bellissimo sport.

Sull’annosa questione del doping: qualcuno (Wiggins dopo la vittoria al Tour dello scorso anno) dice che oggi certi exploit non sono più possibili (e quindi le gare sono più piatte e noiose) perchè i motori dei corridori non sono più truccati. Altri (come il giornalista Paul Kimmage) sollevano inquietanti dubbi e analogie proprio tra il dominio della US Postal di Armstrong e la Sky di Wiggins e Froome.

Da che parte stare? Innocentisti e garantisti fino a prova contraria, oppure no?

A chi è appassionato di ciclismo non resta che coltivare la propria passione, senza foderarsi gli occhi e magari con un po’ di “cautela”, per evitare brutte scottature.

E se ogni tanto siete stufi di leggere articoli sul doping e attacchi concentrici al vostro sport, e la vostra passione è sul punto di affievolirsi, il mio consiglio personale è di prendere la propria bici e il proprio doping (una borraccia di acqua fresca e un paio di barrette) e di uscire di casa.

– Hai altri progetti in cantiere sul mondo delle due ruote ?

Come casa di produzione (Stuffilm Creativeye, www.stuffilm.com) quest’anno seguiremo numerose gran fondo, in Italia e in Francia.

Nel mio cassetto c’è anche il progetto di un secondo film documentario sul mondo del ciclismo, magari questa volta dedicato alle storie di chi pur non essendo professionista macina migliaia di chilometri all’anno. Per restare aggiornati, vi invito a seguire il sito e la pagina facebook del film

– Ciao Paolo, grazie e a presto 

Ciao a tutti, buona visione e buone pedalate!

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“Questo articolo è dedicato alla nostra passione.”

Oggi vi voglio parlare di un film che ho visto qualche giorno fa.

Non un film qualsiasi, un film sulla nostra passione, il ciclismo.

E in questo caso, uso la parola passione perché é quello che si prova nel vedere questo film.

Sto parlando de “L’ultimo chilometro”  un film-documentario sul mondo del ciclismo del regista Paolo Casalis.

L’ho visto una sera mentre ero a casa da solo e mi sono emozionato. Avrei voluto che vicino a me ci fossero anche mia moglie e le mie bambine, per far capire e trasmettere anche a loro cos’è quella fiamma che ci brucia dentro e che ci fa fare tanta fatica su una bicicletta.

Avrei voluto che lo vedessero anche quei miei amici che non hanno mai provato ad andare in bici e che mi guardano in modo strano quando gli dico che mi sono alzato alle 6 del mattino per andarmi a fare 100 km in sella ad una bici.

E’ un film fatto con passione e che trasmette emozioni. Le stesse emozioni che fanno di questo sport, il più bello ed unico al mondo, dove i corridori sono prima di tutto uomini, con le loro virtù e debolezze, con giorni di gloria e giorni nel fango.

Così come nella vita di tutti noi.

Uno sport che vive momenti difficili, e questo il film non lo nasconde, ma anzi va a ricercare senza ipocrisia, un personaggio come Davide Rebellin, “grande vecchio” del ciclismo, coinvolto nelle note vicende di doping, che però ci mette la faccia, il sudore, la fatica e l’umiltà di dimostrare a se stesso e agli altri che lui, nato per vincere,può tornare grande, anche da “vecchio”. E vi consiglio vivamente, prima di giudicare, di guardare questo film.

Uno sport che forse vive troppo nel passato e si culla nei ricordi dei “bei vecchi tempi”, e che a mio avviso, dovrebbe invece smettere di guardare nello specchietto retrovisore, ma guardare al futuro dei giovani atleti e creare un’ambiente in cui i corridori possano crescere con la cultura dello sport pulito.

Le parole di Gianni Mura, storico giornalista di ciclismo, (scrive ancora romanticamente gli articoli con la macchina da scrivere), sono emblematiche ” se si pensa che i corridori hanno nelle orecchie una trasmittente e sono teleguidati dall’ammiraglia, direi che questa è la fine dell’avventura”.

I giovani atleti di oggi vivono un ciclismo diverso, ma anche un mondo diverso da quello che ricordano i genitori, e non possiamo dare colpa a loro per questo.

Lo dimostra Ignazio Moser,figlio di Francesco, che si porta dietro il fardello di un cognome pesante, eppure segue la sua strada con grinta, determinazione, tenacia. E come dice lui ” Le corse che ho vinto finora non le ho vinte perché mi chiamo Moser…”

Uno sport che anche se vive momenti difficili rimane sempre lo sport più bello al mondo, lo sport della gente, dove per vivere un emozione non devi pagare un biglietto, ti basta arrampicarti in bici o a piedi fino ad un tornante di una salita per veder passare, per pochi intensi istanti, dei piccoli grandi eroi, e magari incontrare curiosi personaggi come El Diablo, alias Didi Senft che ha dedicato la sua vita a questa passione (lo sapevate che da giovane è stato un buon corridore?)

Questo film è un concentrato di tutte le emozioni che questo sport può regalare. Emozioni sportive, ma soprattutto emozioni umane, la ricerca del lato più intimo dell’atleta, con i suoi problemi, le sue aspirazioni, i sogni di gloria che rimangono tali a 20 anni come a 40 anni suonati.

Dopo aver visto il film, ho subito contattato il regista Paolo Casalis, e gli ho chiesto di rilasciarmi un intervista dove mi racconta un po’ la storia di questo film – documentario. Ne è uscito davvero un bel racconto che vale la pena leggere, e che pubblicherò tra un paio di giorni appena finito di sistemare.

www.thelastkilometer.com