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Ormai è diventato un piccolo classico dei film documentari sul ciclismo, trasmesso in TV in Italia e all’estero, ospite del Bike Film Festival di New York e di numerosi altri festival internazionali, dal Filmed by Bike di Berlino al Russian Sport Film Festival di Mosca.
E’ “L’Ultimo Chilometro”, una piccola produzione indipendente, un film documentario uscito tre anni fa. Oggi la casa di produzioneStuffilm lancia un’imperdibile offerta sull’acquisto del DVD di questo film.
Oggi “L’Ultimo Chilometro” è disponibile in formato DVD+Libretto a soli 5 euro (1,5€ spedizione in Italia, 4€ spedizione all’estero).
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Cosa spinge Davide Rebellin a continuare ad allenarsi ore e ore ogni santo giorni, a ormai 44 anni d’età? Chi è Didi Senft, il tifoso tedesco meglio noto come “El Diablo”,che dai tempi di Chiappucci e Pantani pungola i ciclisti con un forcone da Diavolo? Infine, il giornalista Gianni Mura indaga sul destino del ciclismo di oggi, sempre in bilico tra la bellezza dello spo rt e gli scandali del doping.

SINOSSI
L’Ultimo Chilometro è un film su una passione, un’emozione, uno sport: il ciclismo.
Il documentario racconta la storia e la stagione agonistica di Davide Rebellin “il vecchio”, 41 anni e ancora in gruppo con la sua voglia di vincere, le tante vittorie e gli scandali alle spalle, e di Ignazio Moser “il giovane”, figlio ventenne di Francesco, di cui porta il nome, la passione ma anche la pesante eredità.
Il giornalista Gianni Mura, dal 1967 corrispondente e suiveur al Tour de France, ci aiuta a scoprire che cos’è il ciclismo, cos’era e cosa è diventato, tra epica e passione, tra pathos e doping.
Infine, “El Diablo” Didi Senft, con il suo costume da Diavolo, il forcone e le folli corse dietro ai corridori, che porta nel film la passione e l’entusiasmo del pubblico, di cui è simbolo e metafora vivente. L’Ultimo Chilometro è un ritratto del ciclismo.

La altre produzioni Stuffilm legate al mondo del ciclismo


48 TORNANTI DI NOTTE – In lavorazione


VENTO.. L’ITALIA IN BICICLETTA LUNGO IL FIUME PO

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dal sito Crampi Sportivi

I ciclisti non portano in faccia le età di mezzo. I loro volti si segnano e si sciupano tutti in un momento, in una salita, dopo una vittoria o una sconfitta, durante una cronometro.

Così Gian Luca Favetto attaccava nel 2006 il suo “Contro il tempo”, riflessione appassionata su strade, biciclette e rughe. I ciclisti hanno volti che non dipendono dagli anni, incalzava lo scrittore. Perché al culmine dello sforzo la matricola è indistinguibile dal veterano, il ragazzino identico all’uomo maturo. Tutti trasfigurati, tutti subitamente coetanei. Più che in altri sport, nel ciclismo l’esperienza è un valore assoluto, l’invecchiare un costante migliorarsi, il tempo un concetto relativo. Non è raro che un professionista ottenga i risultati più consistenti della sua carriera dopo i trent’anni.

Poi, in un momento qualsiasi tra i 34 e i 38 anni, anche i ciclisti si arrendono. Sebbene i loro volti continuino a non dipendere dagli anni, le loro gambe appaiono finalmente consumate, i loro animi fatalmente pacificati. Non proprio tutti, però. Davide Rebellincompirà 45 anni il prossimo agosto ed ha appena rinnovato per un’altra stagione il contratto con la CCC Sprandi Polkowice, la squadra polacca in cui corre da tre anni.
Mentre l’altro highlander Jens Voigt, coetaneo di Rebellin, è sceso di bici alla fine del 2014 e oggi dichiara che “il ciclismo non ha più bisogno di un vecchio come me”, Davide è convinto che, tutto sommato, qualcosa da dare al ciclismo lui ce l’abbia ancora. E che, soprattutto, il ciclismo possa ancora dare molto a lui.
Quando gli abbiamo chiesto di rispondere ad alcune nostre domande, Davide ci ha detto subito di sì. “Mi piace il vostro stile, apprezzo molto l’orientamento verso la sensibilità dell’uomo prima ancora che quella dell’atleta”, ci ha scritto, pochi minuti dopo essersi tuffato nel freddo del mar Mediterraneo d’autunno, a due passi dalla sua casa di Montecarlo.

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Ciao, Davide, e grazie per la disponibilità. Innanzitutto, hai notizie di Lex Nederlof? Noi non siamo riusciti a recuperare agenzie fresche sull’olandese, classe ’66, e non sappiamo se nel 2016 continuerà a correre pure lui: dovesse decidere di ritirarsi, tu diventerai ufficialmente il più anziano ciclista con licenza UCI.

Mi spiace, Leonardo, ma non conosco Lex e non so proprio come aiutarvi per avere qualche sua notizia!

Tornando a te, c’è stato un momento preciso in cui hai deciso che avresti continuato a faticare per un altro anno?

A dire il vero, un momento preciso non c’è stato. Avevo espresso a mia moglie in alcuni momenti la possibilità di smettere, ma in realtà non ci ho mai creduto molto (sorride). Ho sempre sentito una “chiamata” nel cuore che mi incitava forte a continuare e a credere nelle mie capacità, aldilà dell’anagrafe.

Qual è stata la reazione di Françoise, tua moglie, alla notizia?

Mia moglie non è stata sorpresa da questa decisione, anzi sarebbe stata sorpresa se avessi smesso. Mi conosce bene, spesso meglio di me, e ha rispettato la mia decisione facendosi coraggio, perché per lei questo è un sacrificio. Ma lo fa molto volentieri.

La prossima sarà la tua 24a stagione da professionista, comincerai la preparazione proprio in questi giorni. Sei conosciuto da sempre per la tua estrema metodicità e per la tua totale dedizione: com’è cambiato, nel tempo, il tuo modo di allenarti?  

La mia preparazione non ha avuto sostanziali cambiamenti, cerco comunque di lavorare bene, in bici e palestra, sulla forza e sull’esplosività, visto che con gli anni si tende a perderle un po’.

Quanto pesa, ad un’età in cui la maggior parte degli sportivi di successo si gode casa e famiglia, ripetere la stessa routine di sempre, fare le stesse rinunce che facevi quando avevi 25 anni in meno?

Se ho deciso di continuare a correre è anche perché non mi pesa fare questa vita. Non è un sacrificio, mi sembra di averla fatta dalla nascita. Fa talmente parte di me che è diventata la mia normalità.

Veniamo al punto: noi vogliamo cercare di capire nel profondo il perché della tua scelta. Ora, io ho provato a fare tre ipotesi, a cercare di capire perché mai un uomo della tua età e con la tua storia possa decidere di andare ancora avanti. Te le elenco una alla volta.

Va bene.

Ipotesi 1: il tuo è il tipico caso di atleta che ha paura di quello che sarà la sua vita dopo la fine della carriera sportiva, e allora tenta di prolungarla il più possibile, correndo l’inevitabile rischio di sembrare quasi patetico, e di offuscare l’immagine vincente che si era costruito in un passato ormai lontano. Questo però non è il tuo caso. Hai dimostrato di essere ancora assolutamente competitivo: nella stagione appena conclusa hai vinto la Coppa Agostoni e  un mare di piazzamenti. Ipotesi 1 scartata, quindi.

Sì, scartata.

Ipotesi 2: sei un esempio di campione che decide di “svernare” all’estero per strappare un ultimo contratto remunerativo e godersi palcoscenici emergenti e ricchissimi. Nemmeno questo è però il tuo caso: corri per una squadra polacca, fatichi come nelle squadre più importanti, non ti ricoprono certo d’oro e per di più non puoi nemmeno partecipare alle corse principali del calendario internazionale. Direi che possiamo scartare anche l’ipotesi 2.

Direi di sì.

Ipotesi 3: corri per dimostrare qualcosa di extra-sportivo, nell’attesa di una redenzione definitiva dopo i fatti di Pechino. Questa opzione poteva avere un senso fino all’aprile scorso, quando sei stato assolto da tutte le accuse di doping: tu stesso l’hai definita “la vittoria più importante della mia carriera”. Ecco, dopo questa enorme soddisfazione personale avresti potuto tranquillamente smettere. E invece no, crolla anche l’ipotesi 3.

Bene, a questo punto tocca a te illustrarci l’ipotesi numero 4, che evidentemente è quella che conosci solo tu, unica risposta possibile al perché della tua scelta.

L’unica ragione per la quale continuo è la pura passione per la bicicletta, che aumenta anziché diminuire, che continua a darmi la forza, che lascia al cuore l’ultima parola. Il punto è che non ho più paura di niente, tantomeno di quello che sarà della mia vita dopo il ciclismo. Inoltre, voglio dimostrare che l’età non è un limite. Certo, è essenziale mantenere la forma fisica, ma tutto dipende dalla mente. I risultati si ottengono grazie alla disciplina, alla volontà, alla fede e all’amore per il proprio lavoro. Dove sta scritto che un atleta di più di 40 anni non può rendere? In più, lo faccio per i tifosi: in tantissimi mi mandano continui messaggi di stima, mi spingono a gareggiare. Provo per tutti loro un grande senso di gratitudine.

 

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Nel documentario L’Ultimo Chilometro, dici di essere cambiato, negli ultimi tempi: “Il vecchio Davide era solo bicicletta”. Adesso parli invece di “prospettiva nuova”, sostieni di amarti di più, e tua moglie Françoise sembra averti dato una spinta fondamentale verso questo cambiamento. Hai raccontato che, prima delle corse, lei non ti dice “Vai e vinci” ma “Vai e sii felice”: cosa rappresenta Françoise per te? Il nuovo Davide, invece, chi è?

Quando ho conosciuto Françoise ero un uomo a metà. Lei mi ha aperto il suo cuore e mi ha spinto a credere di più in me stesso. Pensavo di essere capace solo di pedalare, ma il suo amore mi ha trasformato e mi ha permesso di scoprire l’uomo che sono, e che non conoscevo neanche. Mi ha trasmesso l’importanza di seguire la felicità e concentrarsi sulle cose belle, senza perdere tempo ed energia per il resto. Il nuovo Davide quindi non è più insicuro, ma fiducioso, concentrato sulle cose che ama. È questo che mi spinge.

Ti abbiamo conosciuto come persona estremamente riservata, ma da qualche tempo sei molto attivo sul tuo profilo Facebook. In particolare, spesso pubblichi foto e ricette delle tue colazioni, rigorosamente vegane: leggendo il tuo diario, per esempio, io ho letto per la prima volta dell’esistenza della farina di lupini. È davvero buona come dici?

La farina di lupini è ottima! Ha il 40% di proteine ed è molto gustosa. Comunque, anche l’essere più attivo su Facebook è merito di mia moglie, le ricette fanno parte della sua fantasia. Dosa gli ingredienti un po’ a caso, ma conosce le proprietà di ciascuno di essi: sono mirati a darmi la giusta energia. E ogni ricetta è diversa dall’altra!

Inoltre da quello che scrivi e pubblichi online emerge chiaramente un approccio nuovo ed estremamente sereno verso il tuo mestiere: le foto di te che ti fermi durante gli allenamenti per godere del paesaggio dicono molto di cosa sia per te il ciclismo oggi.

Sì, mi piace molto godere di tutto quello che vedo e incontro per strada, dai tifosi, che spesso mi affiancano, fino alla natura, che mi meraviglia sempre di più. Per esempio, sulle colline intorno a Montecarlo c’è una volpe che ha dell’incredibile: la incontro tutte le volte che pedalo da quelle parti, si fa avvicinare e fotografare. L’ho chiamataFox.

Sei noto come “il chierichetto”, perché da piccolo servivi la messa. Ci vai ancora in chiesa? Che ruolo ha avuto la fede nella tua storia sportiva e personale?

Ti confesso che non ho mai fatto il chierichetto, in realtà! Dicevano questo di me fin da giovane perché frequentavo molto la chiesa, era un luogo dove mi sentivo bene e sentivo il bisogno di andarci. In generale, la fede ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vicenda, non mi ha mai lasciato e ho sempre creduto nella giustizia divina: anche questo mi ha aiutato a non crollare. Da quando ho conosciuto mia moglie, però, sento meno la necessità di andare in chiesa, perché ho trovato la pace nella famiglia e dentro di me.

Sei passato professionista nel 1992, insieme a Marco Pantani; il prossimo anno sarà il ventennale della tua vittoria di tappa (con maglia rosa) al Giro d’Italia; sono passati dodici anni dall’incredibile primavera del 2004, quella della tua tripletta Amstel-Freccia-Liegi: ricordo la prima pagina della Gazzetta, con il titolo a caratteri cubitali: “Trebellin”. Insomma, tu sei uno dei pochi che può, con cognizione di causa, dire di aver vissuto due – forse tre – epoche diverse di ciclismo professionistico, con in mezzo il periodo più nero di tutta la sua storia. Com’è cambiato il tuo sport in questo quarto di secolo?

Rispetto a 20 anni fa sono cambiate alcune cose, soprattutto la tecnologia. Abbiamo mezzi più performanti, bici leggere, ruote scorrevoli e rigide, tanta aerodinamica. Anche il modo di correre è un po’ cambiato: ora dal chilometro zero è subito battaglia, mentre prima si partiva più tranquillamente. Inoltre, con l’introduzione delle radioline si è guadagnato in sicurezza, ma si è perso in fantasia: essendo pilotati dall’ammiraglia, a volte si perde l’istinto di attaccare o di fare la corsa a modo proprio.

Condividi l’impressione che il ciclismo sia oggi uno sport più credibile, di cui potersi fidare, nonostante i terribili tradimenti del passato?

Sì, penso che ora il ciclismo sia uno sport credibile e pulito, è lo sport più controllato che ci sia. E sono convinto che rimarrà sempre molto amato. Me ne accorgo pedalando in allenamento: i gruppi di cicloamatori sono sempre più numerosi.

Nella lettera che hai scritto dopo la notizia della tua assoluzione, insieme a tanto orgoglio c’era anche una punta di amarezza. Dicevi: “Ma ora chi mi ridà quel che mi è stato tolto?”. C’è qualcosa che ritieni di dover ancora ricevere dal mondo del ciclismo?

Dopo la mia sospensione son ripartito da zero. A differenza di altri, ho avuto porte in faccia da tutti, sono ripartito da piccole squadre e non ho più potuto correre le gare a cui tengo di più. Questa è la ferita più grande. Ma sono ancora qui a gareggiare, con il doppio della motivazione e della determinazione: la ferita di ieri è la forza di oggi. Quindi non parlerei di amarezza, in fondo. La considero un’esperienza di vita che mi ha permesso di evolvere e di tirar fuori il meglio di me.

Cosa farà Davide Rebellin quando – un giorno molto lontano – deciderà di scendere dalla bicicletta?

Scendere dalla bici? Mai! (sorride). Per quando deciderò di non gareggiare più, però, ho già qualche bel progetto, sempre legato alla bici. Per esempio, sto organizzando degli stage per ciclisti amatoriali: abbiamo iniziato con uno stage a fine ottobre in Toscana, ed è stato un bel successo. Il prossimo sarà a fine novembre. Sono stage dove porto tutta la mia esperienza, e provo a trasmettere l’importanza di concentrarsi sempre sulla gioia che si prova pedalando, non sulla fatica.

Tuo papà Gedeone ti mise in sella che eri ancora molto piccolo. A 10 anni arrivasti terzo nelle prime tre gare disputate, e lui ricorda la tua disperazione ogni volta che non riuscivi a vincere. Ti arrabbi ancora tanto, fino a piangere, quando vieni battuto?

Mi arrabbio ancora molto quando sbaglio qualcosa nella conduzione della gara, non si finisce mai di imparare nel ciclismo. Ma non mi metto più a piangere (sorride), anzi cerco di trarre insegnamenti dagli errori fatti e aggiungerli al mio bagaglio di esperienza.

Alla fine l’hai fatto un conto preciso dei chilometri che hai percorso in bici nella tua carriera?

Allora, calcola che mediamente da quando sono professionista faccio 35.000 km l’anno, poi devi aggiungerne altri 100.000 tra i dilettanti, senza contare le categorie giovanili. Non so di preciso, ma di sicuro ho pedalato per più di un milione di chilometri.

Cosa ne è stato dei tuoi sogni di bambino appena salito su una bici e subito innamorato perso della competizione?

I miei sogni di bambino, cioè diventare un professionista e vincere grandi gare, beh devo dire che si sono realizzati. Ma questo non vuol dire che sia stato tutto rose e fiori…

Potessi tornare indietro nel tempo, quindi, faresti desistere i tuoi genitori dall’idea di incoraggiare sempre e comunque quella tua passione?

No. È vero, sulla mia strada ho conosciuto fino a che punto le persone possano essere ingrate, e quanto tocchi battagliare per superare gli ostacoli e rimanere in sella. Ma c’è anche il lato positivo, e cioè che le prove della vita ti fanno crescere, ti fanno aprire gli occhi sul mondo, ti fanno concentrare sulle persone vere, sincere, belle. Per fortuna ce ne sono tante.

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Dal prossimo gennaio, quindi, Davide Rebellin sarà di nuovo in gruppo. Non sarà semplice vederlo in tv, perché probabilmente non correrà né il Giro né il Tour; forse qualche classica delle Ardenne, le sue preferite, ma non è detto. Sarà molto meno complicato, invece, trovarlo lungo le strade, dove il suo volto segnato dal tempo proverà ancora a confondersi in mezzo a quelli di colleghi che potrebbero essere suoi figli. Se lo riconoscerete, con la maglia arancione e il profilo à la Tintin, fategli un bell’applauso.

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This has, in a convoluted manner, been a less than successful week, though if looked at from another point of view, it’s been pretty darned amazing. The less than successful bit started with ned boulting, though it would be most unfair to implicate him too deeply in the situation, for he is but the innocent bystander. At track centre in the sir chris hoy velodrome last saturday eve was the first time ned and i had met face to face; electronic conversation had been the precedent up till that point. and in the course of our glasgow tete-a-tete, i confessed to mr boulting that i had, in fact, never been to a velodrome before.

It is likely my own fault for giving the impression that there are few corners of the cycling world that have escaped my personal attentions. in fact there are probably a myriad of such. Ned was surprised.

But i then had the opportunity to view this rather fascinating italian cycle documentary entitled L’Ultimo Chilometro, a movie whose title sounds so much more authentic than its english translation The Last Kilometer.

I don’t mind admitting that i have every intention of sticking with the former. However, the movie concerns three entirely disparate individuals, one of whom is the son of Francesco Moser. I confess to being less than clued up on the extensive palmares of francsco moser. i do recall him being the progenitor of disc wheels and holder of the hour record set at altitude in mexico in 1984, and i believe i recallL aurent Fignon moaning endlessly about how the helicopter following moser in the Giro d’Italia was responsible for creating a hindering down-draught during the final time-trial.

All i have come across up till this point painted a less than flattering picture of the three-time winner of paris roubaix. however, perhaps not unsurprisingly, in a documentary at least in part concerning his son, he features regularly, and for me is the highlight of the whole affair. I want to be like him when i grow up, even down to buttoning my polo shirt to the neck.

Cool.

Ignazio moser at 20 is on the upward slope to a career as a professional cyclist, riding for the Trevigiani Dynamon Bottoli team, still learning the ins, outs and strategies of cycle racing, but now having transferred to the bmc developmental team and, in 2013, facing his first full season as a professional. While ignazio is on the very precipice of his career, davide rebellin, now 41 years old, is pretty much at the opposite end of the spectrum, still attempting to continue an illustrious and yet fallible career at the very top. though a rider who has achieved much, he was also the subject of a doping scandal that provided a consequent ban.

In one telling scene, Rebellin’s father, driving behind him during a training run in sunny italy, says “the cycling federation want davide to confess guilt. but what guilt? he never told me ‘dad, i did this or i did that’, so for me his crime doesn’t exist at all”. I have no idea whether Rebellin is guilty as charged or not, and very much to its credit, the movie does not follow this to any length, but it is telling that both rebellin and his father seem content to bury their heads in the sand over the matter.

The other two characters involved in this fast-paced drama are italian Tour de France correspondent Gianni Mura, who provides sagely comments about the tangible difference between the good old days and contemporary cycle racing. He, along with Francesco Moser provide the glue that creates the scenery in front of which this seasonal drama unfolds. and colouring this scenery from the point of view of a cycling fanatic, is Didi Senft, better known as il Diablo or Didi the devil. he’s the scraggy haired and bearded german who has been as much a part of recent tours and giros as the yellow and pink jerseys, jumping up and down at the roadside, waving a home-made trident at passing riders and team cars.

If i have a minor criticism of l’ultimo chilometro it is that switching sequences between Rebellin and Moser junior are often hard to distinguish, taking a few moments to realise just who is front and centre. But overall, the documentary is a singular triumph; director Paolo Casalis has kept his direction and narrative entirely transparent, allowing the protagonists considerable talking space to tell their own stories without secondary comment. Couple that with some particularly well paced filming, interviewing and editing, and the movie’s fifty plus minutes just flash by. Just the way cycle racing ought to be experienced.

Rebellin is a fish out of water, all the while hankering for the level of success that was once his; a man for whom you feel retirement from the sport will not sit at all easily on his shoulders. Ignazio Moser claims to have no wish to be judged by his father’s palmares, a rather forlorn hope in such a cycling obsessed country and with such a distinguished surname. Moser senior seems to have no illusion about that which sits ahead of his son saying “here in the vineyards we always need hands to work”.

The riders of old often used cycle racing as a means of escaping agricultural drudgery, and it may be that young Ignazio is following tradition, though it cannot be said that the trappings and surroundings during his interviews are even close to rudimentary or rustic. Rebellin too seems still to enjoy the fruits of his erstwhile success, but i fear more for his future than that of Ignazio Loser. L’ultimo Chilometro is a truly excellent window on italian cycling, commenting without making comment. If you speak italian, you can watch ‘au naturale; the rest of us must make do with english subtitles.

very, very good.

The Last Kilometer is available on dvd for €15.90 (£13.75) direct from www.thelastkilometer.com

friday 8th february 2013

WATCH FILM TRAILER:

Thanks to www.thewashingmachinepost.net for its enthusiastic review! Wow! We too, we could not use better words to present our own movie!

IGNAZIO MOSER
Nato a Trento il 4 Luglio del 1992, Ignazio Moser ha appena diciannove anni.
Figlio più giovane di Francesco Moser, assomiglia al padre per il fisico (possente, da passista veloce) e ancora di più per la determinazione e la capacità di essere “leader” in gruppo.
Nel 2012 Ignazio sarà al suo ultimo anno prima del passaggio tra i professionisti, e per il primo anno farà il ciclista a tempo pieno, avendo terminato gli studi in agraria.
Inevitabilmente Ignazio è per tutti “il figlio di Moser”, e in tutto ciò che fa, nelle vittorie (nel 2010 ha vinto il titolo di Campione Italiano nell’inseguimento individuale cat. juniores) e nelle sconfitte, viene paragonato al padre Francesco.
Di certo, il padre gli ha trasmesso la passione per una corsa, la Parigi Roubaix, che lui vinse per tre anni consecutivi e che Ignazio cercherà di fare sua nel 2012.
Il 29 di Maggio, poche ore prima della gara riservata ai professionisti, si terrà infatti la “Paris-Roubaix Espoirs”, che Ignazio correrà con il suo team, la Trevigiani Dynamon Bottoli.

FRANCESCO MOSER
Francesco Moser è stato tra i più affermati corridori degli anni 70 e 80, con 273 vittorie su strada da professionista, tra le quali un Giro d’Italia, tre Parigi-Roubaix (’78,’79,’80), due Giri di Lombardia e una Milano-Sanremo, oltre ad un campionato del mondo su strada e ad uno su pista.
Precede Beppe Saronni (193) e Mario Cipollini (189) e risulta a tutt’oggi il ciclista italiano con il maggior numero di successi.
È inoltre terzo assoluto a livello mondiale, alle spalle di Eddy Merckx (426) e Rik Van Looy (379)
Oggi gestisce l’azienda vitivinicola Moser.

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RIPRESE
REALIZZATE
Nel mese di Febbraio abbiamo un’intervista con Ignazio Moser e con il padre Francesco nella loro casaazienda
di Gardolo (Trento). E’ stato un interessante confronto tra il ciclismo “epico” di Francesco ed il
ciclismo attuale di Ignazio. Un confronto che qui diventa generazionale, con un padre che critica determinate
scelte e atteggiamenti del figlio, e un figlio che stima profondamente il padre, ma al contempo non
teme di “sfidarlo” sul suo stesso terreno. Abbiamo filmato gli allenamenti di Ignazio tra le vigne e i meleti del
Trentino,e siamo entrati nella sua camera di diciannovenne “atipico”:
DA REALIZZARE
Il 29 Maggio filmeremo la Parigi-Roubaix di Ignazio Moser: il padre l’ha vinta tre volte consecutive, lui cercherà
di farla sua la corsa riservata ai dilettanti alla terza partecipazione. Nel corso dell’anno avremmo altre
occasioni di filmare
allenamenti e gare di Ignazio Moser

CADEL EVANS

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“Io, per principio, non mi ritiro. Io, sulla bici, piuttosto ci muoio.
Non è proprio così, è solo un modo di dire, ma è la passione della mia vita.
Se parto, voglio sempre arrivare. Meglio primo. Ma piuttosto ultimo.»
Cadel Evans

Nato a Katerine, Australia, il 14 Febbraio del 1977, Cadel Evans inizia la sua carriera nella mountain bike. Dopo due secondi posti, nel 2007 e nel 2008, lo scorso anno Evans è riuscito a salire sul primo gradino del podio del Tour de France, la corsa ciclistica più importante al mondo, consacrandosi come il più forte ciclista del nostro tempo.
Cadel è un osso duro, uno che non molla facilmente, che fa della grinte e della regolarità le sue armi migliori.
Palmares:
Biker di livello nel cross country, specialità in cui vinse due Coppe del mondo, è quindi passato al professionismo su strada, specializzandosi nelle corse a tappe. Si è aggiudicato il campionato del mondo di ciclismo su strada nel 2009 a Mendrisio, ed il Tour de France nel 2011.

RIPRESE
REALIZZATE
A fine Gennaio 2012 abbiamo seguito il ritiro invernale della sua squadra (BMC) e la presentazione del team a Denia
(Spagna). Abbiamo filmato una lunga conferenza stampa di Cadel Evans: le sue ambizioni, i progetti per il 2012, le motivazioni, la storia personale, la famiglia e la recente adozione di un bambino etiope.
DA REALIZZARE
Nel mese di Luglio 2012 seguiremo il Tour de France, il principale obiettivo stagionale di Cadel Evans, e il suo tentativo di riconfermarsi sul podio più alto a Parigi.
Infine, è nostro obiettivo realizzare un’intervista con il corridore australiano.

DAVIDE REBELLIN

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“Sono tornato dopo due anni di silenzio e lavoro, con più voglia e più rabbia di prima,
rivendico la mia innocenza ed il diritto di guardare avanti, impegnandomi anche a favore dei giovani.
Ho quarant’anni ma non li sento”.»

Davide Rebellin, soprannominato “il chierichetto” perchè da piccolo serviva la messa e per quel suo aspetto di assoluta calma e innocenza, è in realtà uno dei corridori più determinati, grintosi e vincenti del gruppo. E questo ormai da quasi vent’anni.
Rebellin ha infatti esordito tra i professionisti nel 1992, e da allora ha conquistato moltissimi successi soprattutto tra le “classiche”, gare di un giorno come l’Amstel Gold Race, la Freccia Vallone (2 volte), la Liegi-Bastogne-Liegi, le Tre Valli Varesine.
Il 9 agosto 2008 si aggiudica la medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Pechino, nel giorno del suo trentasettesimo compleanno, ma a quasi un anno di distanza risulta positivo al Cera, in seguito a nuove più rigorose analisi effettuate su campioni di sangue prelevati durante i Giochi e congelati.
Inizia una nuova fase nella carriera di Davide Rebellin: l’infamia, le accuse, la squalifica per due anni.
Rientrato alle corse dopo due anni di squalifica il 16 agosto 2011, pochi giorni dopo aver compiuto i 40 anni, vince la Tre Valli Varesine per la seconda volta in carriera.
Luci e ombre, per una storia personale in chiaroscuro che merita di essere raccontata in quanto metafora della storia stessa del ciclismo professionistico.

RIPRESE
REALIZZATE
A Febbraio 2012 abbiamo filmato una lunga, emozionante, profonda intervista con Davide Rebellin.
Davide, che non ha ancora un contratto con una squadra ma che a 40 anni compiuti non ha alcuna intenzione di smettere,
ci aveva offerto la sua disponibilità, e così è stato: aveva voglia di raccontarci la sua storia, la sua versione dei fatti, l’uomo
che era è quello che è diventato dopo i dolorosi fatti di Pechino 2008.
La cosa che ci ha maggiormente colpito è che Davide parla di quel triste giorno come di una svolta positiva della sua vita,
di un vero e proprio momento di rinascita.
Abbiamo anche filmato un allenamento di Davide Rebellin
DA REALIZZARE
Nel corso della stagione, seguiremo Davide Rebellin in occasione di corse professionistiche e avremo modo di incontrarlo in numerose occasioni.

GIANNI MURA

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Nato a Milano nel 1945, Gianni Mura è un giornalista e scrittore.
Dal 1964 si occupa di sport e cronache sportive, prima per La Gazzetta dello Sport e poi per La Repubblica.
Dal 1967, puntualmente, ogni anno in luglio segue Il Tour de France.
Nel 2007 esce il suo primo romanzo, Giallo su giallo, vincitore del Premio Grinzane – Cesare Pavese per la narrativa 2007, ambientato durante lo svolgimento del Tour de France.
Alla stessa corsa ha dedicato il libro La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour.
Gianni Mura si autodefinisce un “suiveur” vecchia maniera, il giornalista che fisicamente seguiva i corridore sulle strade del Tour: le sue cronache hanno una cifra stilistica inconfondibile, fatta di aneddoti, riferimenti culturali, culinari, artistici.
I “pezzi” di Gianni Mura non sono cronaca, ma epica, narrazione di gesti, di imprese, storie di vita e di morte.
In occasione della vittoria di Evans nel 2011 Mura, che si è definito “un Evansiano da sempre”, ha abbandonato la cautela dovuta ad anni di illusioni e cocenti disillusioni e ha scritto:
“Al Tour, finalmente, una vittoria del ciclismo pulito. Voto: 9”

RIPRESE
REALIZZATE
A fine Gennaio abbiamo realizzato un’intervista a Gianni Mura negli ambienti della redazione milanese di Repubblica, il quotidiano per il quale da anni è inviato al Tour de France.
DA REALIZZARE
Nel mese di luglio, seguiremo una o più tappe della Grande Boucle accanto al giornalista milanese e alla sua Olivetti Lettera 32, la macchina da scrivere con cui quotidianamente, unico tra i 100 inviati al Tour, Gianni Mura confeziona i suoi articoli.
Attraverso Gianni Mura, la sua esperienza, i suoi ricordi, seguiremo e approfondiremo le altre storie del film, con un occhio di riguardo per il tentativo di doppietta di Cadel Evans

El Diablo / i fans del ciclismo

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Passionali, spontanei, entusiasti, ordinati, ubriachi, caotici.
Sono i tifosi della grandi manifestazioni ciclistiche, gli unici spettatori non paganti rimasti nel mondo dello sport.
I tifosi sono la cassa di risonanza della corsa e dei corridori; senza di essi, le imprese sportive rimarrebbero piatte, prive di testimoni e quindi di epica.
In particolare, seguiremo Didi Senft, un fan tedesco che nel corso degli anni è diventato una vera icona di quato sport.
Meglio conosciuto come “El Diablo” o “Le Diable”, Didi è una presenza costante dei grandi giri: armato di tridente e vestito da diavolo, con tanto di corna e mantello, Didi accoglie il gruppo saltando, correndo, urlando come un vero demonio.
Quella del “Diablo” è sicuramente una presenza folcloristica, ma attraverso di lui racconteremo il pubblico del ciclismo, il suo ruolo, la sua passione, le motivazioni che portano migliaia di tifosi a esere presenti, sempre e comunque.

RIPRESE
REALIZZATE
Abbiamo seguito “El Diablo” Didi Senft sulle strade del Giro d’Italia, nella quindicesima tappa, Lecco-Pian dei Resinelli.
Il tifoso tedesco, vero e proprio “Supereroe” con la sua calzamaglia (in rosa per l’occasione), il forcone e il mantello, era a bordo strada con il suo furgoncino
Didi è sempre presente, a seguire il passaggio della tappa e a incitare tutti, tifosi e ciclisti, con la punta del suo forcone.
Siamo stati con lui per un’intera giornata (notte compresa).
Didi per noi è il simbolo del tifo, l’archetipo del tifoso, e attraverso di lui vogliamo raccontare tutti i tifosi del ciclismo, la loro passione. .
Siamo stati con loro, a bordo strada o sui loro camper, per capire cosa li spinge ad un’attesa di ore in cambio di un rapido passaggio.
Abbiamo filmato la loro passione, l’entusiasmo, il modo genuino e spontaneo di rapportarsi con un mondo che è invece ormai