Il museo dei Moser

Posted: February 5, 2014 in Uncategorized
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di Claudio Gregori – fonte: Tuttobiciweb.it (Image

«Io non sono pio come Bartali», dice Francesco Moser e, aprendo armadi antichi, mostra i piviali e i messali della cappella di Villa Warth, il suo maso. La cappella, con altare barocco in marmo policromo, è del Settecento, ma del maso c’è traccia in un documento del 1339: era il «manso ubi vache manent».Image
C’è il sacro e il profano. L’anima e il corpo. La pisside e, a pochi metri, la bottiglia. Anzi centoventimila bottiglie. C’è il pozzo in pietra, il giardino delle rose, la Loggia che guarda sul Bondone e sulla Paganella. Intorno, vigne favolose. E biciclette.
Inimitabili. Qui è stato inaugurato il museo dei Moser.
Lo hanno chiamato, con arguzia, «Moser in Museo». Come se i campioni fossero cimeli, faraoni nei loro sarcofaghi. Invece i Moser sono vivi. Tutti, tranne Enzo, perito tra le vigne sotto il trattore. Moreno è la rivelazione della stagione tra i professionisti. Gli altri sono qui. E per l’inaugurazione si è disputata la 24ª Francesco Moser, cicloturistica di 73 km, con amatori e vecchie glorie. Francesco in prima fila, a pedalare.
Questa è la più grande famiglia del ciclismo ita­liano. Dal 1951 i Moser imperversano ne­gli ordini d’arrivo. Sono 8 i Moser corridori. I 4 della prima generazione: Aldo, il capostipite, Enzo, Diego e Francesco. E 4 della seconda generazione: Leonardo, Matteo e Moreno, figli di Diego, e Ignazio, figlio di Francesco. Poi c’è Gilberto Simoni, vincitore di due Giri, due volte legato ai Moser: Cecilia, mamma di Francesco, è una Simoni e Anna, sorella di Francesco, è la mamma di Arianna, moglie di Gilberto. Sono tutti di Palù di Giovo, unico paese al mondo che vanti 4 maglie rosa: Aldo, Enzo, Francesco e Simoni. La prima la indossò Aldo il 21 maggio 1958 a Superga e poi la riconquistò 13 anni dopo. Enzo la vestì il 18 maggio 1964. Francesco la conquistò 11 volte e la portò per 57 giorni, più di Bartali, Coppi, Hinault: solo Merckx e Binda leader più a lungo.Image
Pavé. Il Museo racconta la saga della famiglia. Francesco fa la parte del leone. C’è la bici del record dell’ora di Città del Messico 1984, 51,151 km, e la Benotto con cui ha vinto il Mondiale di San Cristobál nel ‘77. C’è la maglia rosa del Giro 1984 e il cubo di pavé del 1980, quando vinse la terza Rou­baix. Ci sono le coppe della Sanremo e del Giro. La prima bici di Aldo, una Torpado. Una gigantografia di Francesco lanciato verso il record con le ruote lenticolari e Enzo, piegato a bordo pista, che lo incita, bello come un “revenant”. Vivo, nella mente e nel cuore. Perfino la cantina sembra una dependance del Museo. Tra bottiglie di Müller Thurgau, Chardonnay, Riesling renano, Gewürtz­tra­miner, Moscato giallo, Lagrein, Schiava, Pi­not Nero, c’è il «51,151 Brut» con etichetta rosa, la punta di qualità della cantina, che celebra il 1984, l’annata eccezionale.Image

Storia. Questa è una famiglia patriarcale. Francesco è il nono dei 12 figli di Cecilia e Ignazio, contadini. I Moser sono cresciuti tra i porfidi, tra campi verticali. Parlano il linguaggio del sole. Sfidano la pioggia e il vento. Uniti. Hanno scelto la strada come campo di giochi. «Quando gareggiavamo, mamma Cecilia era sempre nella chiesa di San Valentino. Ha consumato i banchi», ri­corda Francesco.
Il Museo non è un monumento alla “grandeur”. È una bella storia di famiglia. Invece di parole, oggetti. «Lo abbiamo fatto per gli sportivi, per la gente che passa. Chi viene a prendere il vino da noi, ci fa mille domande. Qui ci sono risposte», spiega Francesco. Gli oggetti, però, hanno un’anima, parlano. «La maglia rosa è per me il ricordo più caro. Ho inseguito la vittoria al Giro per 11 anni pri­ma di coglierla».
Le biciclette, come insetti eleganti, sono allineate su una pista di legno d’abete lunga 16 metri. Le bacheche contengono maglie e medaglie. Le coppe scintillano nelle vetrine. «Sarà una questione genetica. Forse una tradizione culturale. Ma ci troviamo bene in sella», dice Fran­cesco. «La bicicletta è stata il nostro ca­vallo dei sogni, ma an­che della realtà».

da La Gazzetta dello Sport

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