Sogni di un ragazzino – dal sito www.davidecassani.it

Posted: January 24, 2013 in Uncategorized
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un racconto autobiografico di Davide Cassani, dal sito www.davidecassani.it

Potevano essere quasi le 5  di mattina del primo settembre 1968, una domenica che segnerà per sempre la mia vita.
“Babbo ma Gimondi vince oggi”? E’ stata questa la prima domanda a mio padre in quel tragitto di 15 km che divideva Solarolo dal circuito iridato. Di lavoro fa il camionista, abitiamo in una vecchia casa di campagna a due passi dal centro, il paese è piccolo, non ci sono fabbriche, neanche  zone artigianali e per smistare il poco traffico non servono neanche semafori. I carabinieri ci sono perché li ho visti ma il vigile urbano no. So leggere e scrivere avendo già passato a pieni voti la prima elementare. Per andare a scuola non ci sono scuolabus e neanche il servizio navetta familiare. Con mio fratello di 4 anni più vecchio, l’unico mezzo sono le nostre gambe. Per far prima si taglia per i campi fino a casa dei miei nonni e, passando per la strada provinciale, si arriva nel corso principale lungo ben 150 metri. Ancora un breve tratto di strada e la scuola te la ritrovi davanti. E’ la più grande che conosco, ben 10 aule. Anche il campanile di San Mauro, la mia parrocchia, è il più alto, addirittura  30 metri… forse meno… e Felice Gimondi il mio campione preferito. Non so bene cosa faccia, ma io lo adoro perché mio babbo parla sempre di lui. A dir il vero so che corre in bici ma non ho ben chiaro cosa voglia dire.
“Bambini, domani andiamo a vedere Gimondi al campionato del mondo” disse mio padre a me e mio fratello. Non sono mai stato a Imola cioè non sono mai stato da nessuna parte e quando saliamo sulla 600, non sto nella pelle. Anche mio padre è felice e non perché andiamo a Imola, lui ha visto il mondo, fa il camionista, ma perché il ciclismo è la sua grande passione quindi anche la mia. Per essere sinceri oltre a Gimondi faccio il tifo anche per Pascutti e Bulgarelli ma loro non possono correre il mondiale, giocano nel Bologna la squadra del cuore di  mio padre, quindi la mia.
Sui tre Monti, il circuito iridato, ci piazziamo quasi in cima alla salita e quando passano la prima volta i corridori mi attacco ai pantaloni di mio padre continuando  a chiedergli: dov’è Gimondi? Impiegai 3 giri per riconoscerlo ma da quel momento divenne il mio idolo incontrastato. E’ alto, con due gambe lunghissime,  i gomiti piegati ed i capelli tutti tirati indietro. E’ serio, sembra quasi arrabbiato e continua a guardarsi attorno. Forse più che arrabbiato, preoccupato perché davanti a tutti c’è un gruppetto di corridori che stanno scappando.

Quel giorno decisi che da grande avrei fatto il corridore in bicicletta e non ho mai più cambiato idea.
Mio padre è ricco, pensavo questo perché in casa abbiamo anche la televisione ma non riesco a capire il motivo per cui non c’è neanche una bicicletta da corsa. Ma non sono preoccupato perché nel frattempo ho cominciato a giocare a calcio. Mio babbo mi dice che un bambino non può fare le corse mentre a pallone può giocare.
Un bel giorno, finalmente, entra in casa lei. Ho 12 anni, sono un bravo calciatore ma sempre con quel sogno di diventare come Gimondi. E’ grigia, con il cambio Campagnolo, i freni Universal, la sella nera in plastica con 3 fori centrali, ben 2 moltipliche e 5 ingranaggi dietro, il manubrio basso. E’ una Valla, bellissima. Non è la mia ma di Fabio, mio fratello. Babbo gli ha dato il permesso di cominciare a correre perché ha l’età per farlo, 15 anni. Avrei pagato chissà cosa per essere il padrone di quella bici ma dovevo aspettare. Quando mio fratello non era a casa la prendevo e, seduto sul cannone, partivo. Non andavo troppo lontano ma mi dava talmente tanta gioia pedalarci sopra che riportarla  in cantina mi faceva stare male. E’ velocissima, leggera, silenziosa. Impiego un po’ di tempo nel mettere le scarpe dentro il fermapiede ma poi, sempre sui pedali, (alla sella non ci arrivo) pedalo talmente forte da sentire lo stomaco rivoltarsi dallo sforzo.

Ho sempre  12  anni quando,  Il parroco di San Mauro, la mia parrocchia,  ci porta sul circuito dei 3 monti in bicicletta. Diventerà  la giornata più bella dell’anno, almeno per me. Essendo festa nazionale, Don Pierino, non deve lavorare cioè servire messa e organizza una gita per tutti i ragazzini. Lui con la perpetua in auto, noi piccoli in bicicletta. Tutti insieme fino all’incrocio con la Via Emilia poi via libera fino alla chiesa di Berghullo dove ci si ferma a fare il pic nic tutta la giornata. La notte prima non riesco neanche a prendere sonno dall’ emozione. Ero la felicità fatta persona. La mia bici  non ha il manubrio basso ma mi sento un corridore lo stesso perché la mia maglia è come quella dei professionisti, con le tasche dietro, piene di zucchero in zollette e marmellatine di mele cotogne. La sede di arrivo, Bergullo, è proprio sul circuito del mondiale che io conosco già. Mentre gli altri ragazzini restano li a giocare io me ne vado in giro in bicicletta. So che andando verso sinistra posso arrivare a Ghiandolino, il punto più alto del circuito ma non pensavo fosse cosi dura la salita. Mi sembra un muro e non riuscendo a salire dritto per dritto adotto il sistema a bisciolina (lo chiamavo cosi) per riuscire a non mettere il piede a terra. Mi sento forte, libero, felice e la stanchezza non la sento proprio. Sono sempre più convinto di fare il corridore da grande anche se giocare a  calcio mi piace un sacco. Dal Solarolo calcio mi cedono al Castelbolognese. Sono una punta, faccio tanti goal ma il mio nuovo allenatore, Zanetti, non mi fa giocare sempre. Quando invece inforco quella Valla grigia che nel frattempo è diventata la mia (mio fratello dopo una corsa ha chiuso) nessuno mi ordina  di restare in panchina, il posto più triste del campo sportivo, soprattutto per un ragazzino.  Dentro di me quel desiderio da bambino non è mai sparito e una domenica mattina di novembre del 1974 mollo la borsa del Castelbolognese Calcio e chiedo a mio padre di tesserarmi per l’ AS Solarolese dove c’è anche un mio amico che corre da un paio d’anni: Davide De Palma. Comincio gli allenamenti, mi diverto, non ho l’assillo della panchina ma la libertà di decidere che strade scegliere, quali montagne scalare, con chi andare ad allenarmi, con un unico chiodo fisso, realizzare il mio sogno,  correre un campionato del mondo.
Ho 15 anni il giorno della mia prima gara. E’ il circuito di Roncadello, in provincia di Forlì. Ho il terrore di non riuscire a stare in gruppo. Di km ne ho fatti tanti ma gare mai. Il mio direttore sportivo si chiama Ernesto Montevecchi che di lavoro fa il cantiniere. L’ammiraglia è la sua macchina, una 128 con il portabiciclette sopra. E’ lui che mi indica cosa fare, come allenarmi, cosa mangiare e come correre. Mi consiglia anche di leggere un libro: “Prendi la bicicletta e vai” di Ambrosini  la bibbia, a suo dire. Mi consiglia di stare poco in piedi, di usare rapporti leggeri, di andare a letto presto la sera e di segnare su un diario tutto quello che faccio. Trova anche le parole per dirmi un’altra cosa fondamentale per diventare un corridore, stare lontano dalle donne e…non fare niente neanche da soli, insomma niente sesso con o senza una donna.
Non vedo l’ora che arrivi il sabato pomeriggio per pensare alla gara del giorno dopo. Pulisco la bicicletta, lo shampoo per il telaio e la nafta per la catena usando le calzette di mia madre per  farla tornare bella splendente senza quei pelucchi che uno straccio qualsiasi può lasciare. Due gocce  d’ olio sulla catena e via sulla strada a provare i rapporti. Poi  a letto con un cuscino sotto i piedi perché il mio direttore sportivo mi aveva detto che le gambe devono stare alte altrimenti si gonfiano.
Non vinco neanche una corsa, ma il 7° posto nella Modena-Pavullo e soprattutto il 3° nella Coppa Giulianini a Villafranca di Forli rimangono le perle di una bella stagione. Mi piace davvero tanto correre in bici. Mio padre è contento della mia scelta di correre in bicicletta ma non lo dimostra. Tipo silenzioso, forse per questo ha scelto di fare il camionista, di fatto il padre ideale. Lui sta zitto ma basta guardarlo negli occhi per capire quanto gli piace vedere il proprio figlio correre. Il primo anno  non è mai venuto a vedere una corsa, il secondo invece si. Il terzo non ne ha persa una.  Il più bel regalo che mi ha fatto è stata  la bicicletta nuova per il 1977.

Ho 16 anni.Mi porta a Faenza nella bottega di Vito Ortelli. Le sue bici sono dei gioielli, fatte su misure. Io sapevo chi era Vito perché a Faenza era famosissimo avendo battuto in carriera anche Fausto Coppi. Quando entro la prima volta nel suo negozio rimango a bocca aperta. Lui mi squadra, mi chiede se voglio correre in bicicletta ma io rispondo che già lo faccio. Mi prende le misure e quando finisce dice a mio padre che tempo un mese la bicicletta sarà pronta. Costava 330.000 Lire, una follia. Quando la portai a casa la misi in sala, la guardavo, la sollevavo, non sembrava neanche vera. In quegli anni di Vito Ortelli diventai amico. Andavo li, in bottega, ascoltavo le storie di quando lui era professionista, di cosa faceva, come si allenava, di quando in un giro di toscana mangiò 25 uova o di quella volta che in pista riuscì a battere Fausto Coppi o quando, da allievo, conquistò il tricolore e tante tante altre avventure. Sto li ore senza neanche accorgermi del tempo che passa. Lui lavora, io guardo, lui parla io sogno. Io sono un ragazzino qualunque di 16 anni, lui Vito Ortelli.
Ho 17 anni, i racconti di Ortelli,  anche se ripetuti, non mi stancavo mai di ascoltarli.  Un giorno è mia madre ad andare da lui per chiedergli un favore, convincermi a smettere di correre.  Vito non riuscì a convincermi perché non ci provò nemmeno.
“Mamma, io voglio fare il corridore, tu non puoi impedirmelo. E’ mia la vita, e ne faccio quel che voglio, tu vuoi che diventi ragioniere? Ti prometto che non mollerò la scuola ma non puoi tarparmi le ali, non puoi spegnere i miei sogni, non puoi decidere quel che devo fare da grande perchè quella decisione l ho gìa presa io, non tu. La convinsi.
Ho 17 anni ma  le idee molto chiare. So che non sarà  facile passare professionista ma la cosa non mi interessa molto. Mi piace vivere il presente e non  preoccuparmi del futuro. Ho una passione che mi riempie le giornate, come quella del 1978 quando sono andato sul Monte Trebbio per vedere l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia. Gimondi è sempre al primo posto ma ormai non è più lui il capitano della Bianchi. La maglia rosa ce l’ha un suo compagno di squadra, Johan De Muynck. La strada è invasa dalle biciclette, sono partito da Solarolo in bici, circa 40 km per vedere il Giro. Quel giorno scalai quella salita tre volte. Salivo, scendevo, salivo, mi fermavo, salutavo amici, scendevo,ascoltavo la radio, sbirciavo per capire chi ci fosse dentro alle auto che precedevano la corsa. Trovo una sistemazione a circa 500 metri dall’arrivo, nel tratto più duro. I corridori li conosco quasi tutti perché alla tv non perdo una tappa. Ora poi con la televisione a colori, è  spettacolo puro.
Eccoli. Arrivano. In testa passa Crepaldi, mi sembra vecchio, pedala male con una smorfia sul viso che mette in mostra una fatica sovrumana. Non ce la fa più, lo incito anch’io ma ad un certo punto si blocca in mezzo alla strada, non va più avanti, vede l’ arrivo ma è troppo lontano e Bellini molto vicino. Sempre di più.  lo supera cosi come  Bortolotto e Chinetti. I miei occhi sono solo per Crepaldi ma poi, dietro, vedo sbucare lui. La maglia celeste,  i capelli tirati indietro, la schiena piegata più del solito,  il viso scavato, la testa bassa e gli occhi a cercare il traguardo nascosto dall’ultima curva. “Alè Gimondi, dai Felice”.

Erano passati  10 anni dalla prima volta che lo vidi.  Era uguale. O forse ero io che non avevo ancora cancellato quella figura che, in quella domenica di inizio settembre del 1968, segnò per sempre la mia vita.

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